L’ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTO

Come un sistema di potere difettoso si riproduce da solo, e chi ne raccoglie i frutti 

Premessa. Una domenica a Magdeburgo

Domenica 6 settembre 2026 gli elettori della Sassonia-Anhalt, un piccolo Land dell’ex Germania orientale, sono andati a votare per il loro parlamento regionale. Il risultato ha fatto il giro d’Europa. Alternative für Deutschland, il partito della destra radicale tedesca, ha preso il 43,8 per cento dei voti. Cinque anni prima si era fermata al 20,8. La CDU, il partito cristianodemocratico del cancelliere Merz, che guidava il Land ininterrottamente dal 2002, è scesa al 17,2 per cento. Nel 2021 aveva il 37,1.

Il giorno dopo è cominciato il rompicapo. All’AfD mancano tre seggi per governare da sola. Gli altri partiti tradizionali hanno escluso da tempo ogni collaborazione con lei, secondo la regola che i tedeschi chiamano Brandmauer, il «muro tagliafuoco», e noi cordone sanitario. Ma anche mettendo insieme cristianodemocratici, socialdemocratici, Verdi e sinistra, i seggi non bastano. L’ago della bilancia è diventato un piccolo partito con poco più del 5 per cento dei voti, e sullo sfondo si parla già di nuove elezioni.

Non è questa la sede per giudicare quel partito, né per stabilire se il cordone sanitario sia giusto o sbagliato. Sono questioni su cui persone ragionevoli la pensano in modo opposto, e ci torneremo alla fine. Il voto di Magdeburgo interessa qui per un altro motivo: è un sintomo. Mostra una distanza ormai enorme fra una parte crescente dei cittadini e il modo in cui vengono governati. E pone una domanda che vale per tutta l’Europa: perché un sistema di governo che perde consenso a questa velocità non cambia rotta?

Non si può rispondere che il dissenso non trova voce. Le urne dimostrano il contrario: il dissenso passa eccome dal voto. La domanda vera è un’altra. Perché quel voto fatica tanto a trasformarsi in decisioni diverse? Queste pagine provano a rispondere.

Il metodo

1. Un edificio senza progettista

Chi critica il potere corre sempre un rischio: immaginare una stanza segreta dove pochi uomini decidono tutto. È una tentazione comprensibile, perché dà un volto ai problemi. Ma quasi sempre è sbagliata, e soprattutto fa perdere di vista il meccanismo reale.

L’idea che guida questo saggio è diversa. Pensiamo a una vecchia casa di famiglia ingrandita nel corso di settant’anni, una stanza alla volta. Ogni aggiunta aveva una ragione sensata nel momento in cui fu fatta, ma nessuno ha mai disegnato l’insieme. Il risultato è un labirinto di corridoi, scale che non portano da nessuna parte, impianti che si sovrappongono. Nessuno ha voluto quel labirinto. Però chi abita nelle stanze migliori non ha alcuna voglia di ristrutturare, e trova sempre ottime ragioni per rimandare.

Il sistema di governo europeo assomiglia a quella casa. È nato da scelte spesso lungimiranti — la pace dopo due guerre mondiali, un mercato comune, una moneta condivisa — e si è stratificato nel tempo. Col passare dei decenni ha acquistato una logica propria, che nessuno controlla davvero. I suoi difetti non si correggono: si rinforzano l’un l’altro. E intorno a quei difetti si è formato un ceto di persone che ne trae vantaggio e che, proprio per questo, lo difende.

Due parole riassumono il modello: emergenza e appropriazione. Emergenza, perché il sistema non è stato progettato ma è emerso, come emergono le abitudini di una comunità o le regole non scritte di un ufficio. Appropriazione, perché una volta emerso è stato occupato da chi sapeva servirsene. I filosofi hanno un nome antico per questo genere di fenomeni: eterogenesi dei fini. Gli uomini agiscono per uno scopo e ottengono risultati che non avevano voluto, e che spesso finiscono per rovesciare le loro stesse intenzioni.

Questo saggio, dunque, non sostiene che esista un piano unico e segreto. Sostiene qualcosa di più semplice e forse più preoccupante: che non serve alcun piano perché un sistema difettoso continui a riprodursi. Basta che nessuno, fra quelli che potrebbero cambiarlo, abbia interesse a farlo.

Il percorso seguirà tre piani. Prima il vertice, cioè chi decide. Poi la società, cioè chi dovrebbe controllare chi decide. Infine il ceto di mezzo, che fa da cinghia di trasmissione fra i due. Chiuderanno una riflessione sulle culle vuote, un confronto con le obiezioni più serie e uno sguardo ai possibili esiti.

Parte prima. Il vertice

2. Una meta scritta nei trattati

Nel preambolo del Trattato di Roma, firmato nel 1957, i sei Paesi fondatori si dichiararono decisi a porre le fondamenta di «un’unione sempre più stretta fra i popoli europei». La formula è rimasta, e oggi si ritrova nel primo articolo del Trattato sull’Unione europea. Sembra una frase di circostanza. In realtà contiene un’idea precisa: l’integrazione non è una strada che si può percorrere più o meno a lungo, ma una destinazione. Si può andare più veloci o più piano. Tornare indietro non è previsto.

Negli ultimi decenni del Novecento questa idea trovò un clima culturale che la rafforzò. Nei primi anni Ottanta Margaret Thatcher aveva lanciato uno slogan destinato a fare scuola: «non ci sono alternative». Nel 1989, mentre il blocco sovietico si sgretolava, il politologo americano Francis Fukuyama sostenne che la storia, intesa come scontro fra grandi modelli di società, era arrivata alla fine: la democrazia liberale e il mercato avevano vinto. Nessuno dei due parlava dell’Europa comunitaria, ma il clima che contribuirono a creare vi entrò in pieno.

Conviene qui fare una distinzione, perché le etichette confondono. Il neoliberismo di tradizione anglosassone voleva meno Stato e più mercato. L’ordoliberismo tedesco era un’altra cosa: voleva uno Stato forte, ma nel ruolo di arbitro, vincolato da regole rigide e sottratte alle trattative politiche di ogni giorno. Le due scuole avevano poco in comune, tranne un punto che si rivelò decisivo: l’idea che le scelte più importanti andassero tolte dalla discussione politica e affidate a regole automatiche e a organismi indipendenti.

Accade così che una direzione diventi un destino. E quando una direzione diventa un destino, chi la mette in dubbio non viene trattato come un avversario con cui discutere, ma come qualcuno che vuole tornare indietro: un nostalgico, un irresponsabile, un nemico del progresso. Ammettere che una scelta è stata sbagliata non significa più correggere un errore. Significa rinnegare il senso della propria storia.

3. La trappola dei soldi già spesi

Tutti conosciamo la vecchia automobile che non vale più nulla ma che continuiamo a far riparare. Abbiamo già speso tanto per la frizione, poi per il motorino d’avviamento, poi per la carrozzeria, e buttarla adesso sembra voler dire aver sprecato tutto. Così spendiamo ancora. Gli economisti chiamano questo errore «fallacia dei costi irrecuperabili»: si decide guardando a quanto si è già speso, invece che a quanto conviene spendere da qui in avanti.

Lo stesso accade, su scala enorme, nelle grandi istituzioni. Quando un progetto ha assorbito decenni di lavoro, di denaro, di leggi e di reputazione personale, ammettere che non funziona costa troppo, soprattutto a chi l’ha promosso. Allora si rilancia. Gli studiosi delle organizzazioni parlano di «escalation dell’impegno»: più un progetto va male, più risorse gli si dedicano, per dimostrare che non era sbagliato.

A questo si aggiunge un vincolo di natura giuridica. Le regole fondamentali dell’Unione stanno nei trattati, e per cambiare i trattati serve l’accordo di tutti i Paesi membri. Basta un governo contrario perché nulla si muova. È una garanzia per i Paesi piccoli, ma produce anche una rigidità straordinaria: ciò che è stato deciso resta, anche quando i fatti lo smentiscono.

Esiste poi un modo raffinato per non ammettere mai un errore. Quando una politica non dà i risultati promessi, la spiegazione ufficiale non è mai che la politica fosse sbagliata. È che è stata applicata troppo poco, o troppo lentamente, o che mancavano i dati, o che i cittadini non l’hanno capita. I filosofi della scuola di Karl Popper, che studiarono a lungo come le teorie si difendono dalle smentite, chiamarono questo procedimento «strategia di immunizzazione». Una teoria immunizzata non può mai risultare falsa, perché ogni fallimento diventa la prova che bisognava applicarla con più decisione.

4. Correggere solo davanti al muro

Sarebbe però ingiusto, e poco credibile, dire che il sistema non cambia mai. Cambia, e a volte in modo clamoroso.

Nel luglio 2012, nel pieno della crisi dell’euro, il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi annunciò che avrebbe fatto tutto il necessario per salvare la moneta unica, aprendo la strada a interventi che la Bundesbank tedesca considerava contrari alla propria dottrina. Nel 2020, con la pandemia, il Patto di stabilità fu sospeso, e pochi mesi dopo nacque NextGenerationEU, finanziato con debito comune: un tabù fino al giorno prima. Nel febbraio 2024, dopo settimane di trattori nelle strade di mezza Europa, la Commissione ritirò la proposta di regolamento sui pesticidi. Nel febbraio 2025 la stessa Commissione propose di alleggerire gli obblighi di rendicontazione ambientale imposti alle imprese. Nel dicembre 2025, infine, ha proposto di abbassare dal 100 al 90 per cento l’obiettivo di riduzione delle emissioni delle auto nuove dal 2035, lasciando spazio anche dopo quella data a una quota di motori tradizionali.

Sono cambiamenti veri. Ma hanno tre caratteristiche in comune. Arrivano tardi, quando il danno è ormai visibile a tutti. Arrivano sotto la spinta di uno shock: una crisi finanziaria, una pandemia, una rivolta di categoria, il declino di un’industria. E soprattutto non vengono mai presentati come l’ammissione di un errore, ma come «aggiustamenti», «flessibilità», «semplificazioni». La rotta cambia, ma la mappa resta la stessa, e con essa il modo di pensare che aveva prodotto la rotta sbagliata.

Il sistema, insomma, si piega ma non impara. È come un guidatore che sterza solo quando vede il muro a pochi metri. A volte ce la fa, a volte no. Ma non si chiede mai perché si ritrovi così spesso a pochi metri da un muro.

5. Chi decide non paga il conto

Chi guida le istituzioni europee e nazionali proviene in larga parte da pochi ambienti: l’alta amministrazione, le grandi società di consulenza, le università più prestigiose, le organizzazioni internazionali. Sono persone spesso competenti e istruite, molte sinceramente convinte di lavorare per il bene comune. Ma vivono in un mondo che ha una caratteristica particolare: è al riparo dalle conseguenze delle decisioni che prende.

Quando le bollette dell’energia raddoppiano, a soffrire sono la famiglia che deve scegliere fra il riscaldamento e la spesa, la piccola impresa che non riesce più a stare sul mercato, l’operaio della fabbrica che chiude. Chi ha deciso, invece, ha i mezzi per assorbire il colpo, e talvolta lavora proprio nei settori che dalle trasformazioni traggono vantaggio. Non serve immaginare cattiveria. Basta ricordare che è difficile sentire un dolore che non si prova.

Il giornalista britannico David Goodhart ha descritto questa frattura con due parole fortunate. Da una parte gli anywheres, le persone «di qualunque luogo»: istruite, mobili, a proprio agio ovunque, con un’identità legata alla carriera più che a un territorio. Dall’altra i somewheres, le persone «di un luogo preciso»: radicate in una città, in un mestiere, in una comunità, e quindi esposte a tutto ciò che la cambia. I primi governano. I secondi subiscono.

A questa distanza si aggiunge il sistema delle carriere. Un politico o un alto funzionario sa che il proprio futuro dipende non solo dagli elettori, ma dal gradimento di un circuito fatto di istituzioni internazionali, grandi gruppi economici, centri studi e consigli d’amministrazione. Il caso più noto è quello di José Manuel Barroso, per dieci anni presidente della Commissione europea, che nel 2016 accettò la presidenza di Goldman Sachs International. Tutto avvenne nel rispetto delle regole, ma molti lo vissero come il simbolo di una porta girevole fra chi scrive le norme e chi deve rispettarle. In un circuito così, restare fedeli alla linea comune è la scelta più prudente per la propria carriera. Deviare significa rischiare l’isolamento.

6. La presunzione di comandare alla realtà

C’è infine un tratto quasi psicologico, che accompagna tutto il resto: la convinzione che la realtà si possa governare per decreto. Si stabilisce per legge in quale anno una tecnologia dovrà sparire e un’altra dovrà prenderne il posto, come se la capacità industriale, le materie prime e le abitudini di milioni di persone potessero adeguarsi a una data scritta in un regolamento. Quando la realtà resiste, la risposta è aggiungere obblighi, scadenze intermedie, sanzioni.

Proprio Karl Popper, spesso ricordato come il padre dell’idea di «società aperta», aveva messo in guardia da questo atteggiamento. Distingueva due modi di riformare una società. Il primo, che chiamava ingegneria sociale utopistica, pretende di ridisegnarla secondo un piano complessivo, fissando in anticipo la meta. Il secondo, l’ingegneria sociale gradualistica, procede per piccoli passi, ciascuno verificabile e correggibile, ed è pronto a tornare indietro quando un passo si rivela sbagliato. Popper considerava pericoloso il primo modo, perché chi ha un grande piano tende a dare la colpa alla realtà quando la realtà non si adatta. Una transizione imposta con date fissate decenni prima somiglia molto più al primo modello che al secondo.

A questa presunzione se ne lega un’altra: presentare le scelte politiche come necessità tecniche. «Lo dice la scienza», «lo impongono i mercati», «ce lo chiede l’Europa». Ogni scelta politica produce vincitori e vinti, e dovrebbe perciò essere discussa e decisa da chi ne risponde agli elettori. Travestita da necessità, invece, non ha più responsabili. Nessuno ha scelto: la decisione si è imposta da sola. E se nessuno ha scelto, nessuno deve rispondere dei risultati.

Parte seconda. La società

7. Il cielo vuoto

Per secoli le società europee hanno avuto un punto di riferimento posto al di sopra di ogni potere umano. Si chiamasse legge divina, diritto naturale o semplicemente coscienza, era una misura esterna con cui giudicare le leggi degli uomini. Sofocle l’aveva portata in scena venticinque secoli fa: Antigone disobbedisce al re Creonte, che le vieta di seppellire il fratello, in nome di leggi non scritte più antiche di qualunque decreto. Da allora, ogni volta che un popolo ha voluto dire a un sovrano «questo è ingiusto», ha avuto bisogno di un punto d’appoggio fuori dal sovrano stesso.

La fede religiosa non è stata l’unico punto d’appoggio. Anche l’idea laica dei diritti naturali e le grandi battaglie del movimento operaio hanno avuto la stessa funzione. Ma la fede è stata a lungo il punto d’appoggio più diffuso e radicato, perché non apparteneva ai dotti ma alla gente comune, e aveva una casa in ogni paese: la parrocchia.

La secolarizzazione, cioè il lento ritirarsi della religione dalla vita pubblica, non è stata inventata da nessun potere. È un processo lungo, cominciato secoli fa, che il sociologo Max Weber all’inizio del Novecento chiamò «disincanto del mondo». Il potere contemporaneo non l’ha creata. Però ne raccoglie i frutti. Quando non esiste più una misura superiore alla legge, la legge diventa la misura di se stessa, e chi la scrive non deve più rispondere a nessuno se non a se stesso.

C’è in questa storia un paradosso che vale la pena raccontare. L’Europa unita non nacque da uomini senza fede. I suoi padri più illustri — Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer — erano cattolici convinti. E uno dei principi scritti nel Trattato di Maastricht del 1992, la sussidiarietà, viene direttamente dalla dottrina sociale della Chiesa: lo aveva formulato nel 1931 papa Pio XI nell’enciclica Quadragesimo anno. L’idea era semplice. Ciò che una comunità più piccola sa fare da sé non le deve essere tolto per affidarlo a un’autorità più grande. Era un principio pensato proprio per proteggere la famiglia, il comune, l’associazione contro l’invadenza dei poteri centrali.

Il principio è ancora lì, scritto nei trattati. Nella pratica, però, le competenze hanno continuato a salire verso l’alto. È una metamorfosi esemplare: un progetto nato da un’ispirazione cristiana, e dotato perfino di uno strumento per difendere le comunità, ha conservato le parole e smarrito il senso.

8. Una teoria arrivata dopo

Fra i libri che meglio raccontano lo spirito del nostro tempo ci sono quelli dello storico israeliano Yuval Noah Harari: Sapiens, Homo Deus, Nexus. Hanno venduto milioni di copie e sono letti con attenzione anche nei luoghi del potere.

La tesi centrale di Harari è semplice e affascinante. L’uomo domina il pianeta non perché sia il più forte, ma perché è l’unico animale capace di credere, tutti insieme, a cose che esistono soltanto nella mente collettiva. Una banconota è un pezzo di carta, eppure vale, perché tutti crediamo che valga. Una nazione, una legge, un’azienda non si possono toccare, eppure governano la vita di milioni di persone. Harari le chiama finzioni condivise: esistono finché ci crediamo.

Harari non ha costruito il sistema di cui parliamo. I suoi libri sono arrivati quando quel sistema era in piedi da decenni: Sapiens è del 2011. Ha piuttosto dato forma teorica a una trasformazione già in corso. È però significativo come questa teoria sia stata accolta. Harari è stato ospite di primo piano del Forum economico mondiale di Davos, dove ogni anno si incontrano capi di governo, banchieri e dirigenti delle grandi imprese. E si capisce perché la sua visione piaccia a quel pubblico. Se ogni tradizione, ogni appartenenza, ogni legge morale è una convenzione, allora tutto si può rinegoziare. E a rinegoziare sono, naturalmente, quelli che gestiscono le convenzioni.

Sarebbe però un errore fare di Harari un cantore del potere tecnocratico. Nei suoi libri c’è molto di più, e parecchio va nella direzione di queste pagine. In Homo Deus descrive il «dataismo», la fede in un mondo ridotto a flussi di dati da affidare agli algoritmi, ma lo presenta come un rischio, non come un ideale. Nello stesso libro avverte che l’automazione potrebbe produrre una «classe degli inutili», masse di persone di cui l’economia non avrebbe più bisogno. E in Nexus sostiene che le reti di informazione diventano pericolose quando perdono i meccanismi di autocorrezione, cioè la capacità di accorgersi dei propri errori. È esattamente la malattia descritta nella prima parte di questo saggio.

Resta un problema che la sua teoria, da sola, non risolve. Se tutto è finzione condivisa, anche la casa di famiglia, la bottega ereditata, il matrimonio e la fede dei padri lo sono. Ma non tutte le finzioni sono uguali. Alcune legano le generazioni fra loro e mettono un limite al potere. Altre servono soprattutto a chi le produce. Per distinguerle basta una domanda molto concreta: se questa finzione si rivela sbagliata, chi paga il conto? Quando a pagare sono sempre gli stessi, e mai chi l’ha proposta, siamo davanti al secondo tipo.

9. Dall’anima al consumatore

Una società senza punti di riferimento comuni non diventa, per questo, una società di persone libere e sicure di sé. Diventa più spesso una società di individui soli. In Italia, secondo l’Istat, le persone che vivono sole sono ormai quasi una su sei, e in vent’anni la famiglia media è passata da 2,6 a 2,2 componenti.

Il bisogno di senso e di appartenenza, però, non scompare. Si sposta. L’individuo isolato lo cerca nei consumi, che promettono un’identità a rate; nelle emergenze del momento, che offrono un nemico e una causa per qualche mese; nelle mode ideologiche, che danno l’illusione di far parte di qualcosa. È il consumatore perfetto: insicuro, mai davvero soddisfatto, e perciò facile da orientare.

C’è poi una conseguenza politica meno visibile. Le comunità unite di un tempo sapevano rivolgere le proprie richieste verso l’alto: i contadini contro il latifondista, gli operai contro il padrone, i cittadini contro il governo. L’individuo solo tende invece a combattere contro chi gli sta accanto: su come vivere, su cosa mangiare, su quali parole usare. Sono conflitti spesso sinceri, ma orizzontali. E mentre ci si divide su questi, le grandi questioni — chi decide, chi paga, dove va la ricchezza — restano fuori dal discorso pubblico.

Quasi due secoli fa, viaggiando negli Stati Uniti, Alexis de Tocqueville osservò che il vero antidoto all’isolamento degli individui nelle società democratiche erano le associazioni: i circoli, le chiese, i comitati, le società di mutuo aiuto. Senza di esse, i cittadini si ritrovano deboli e soli davanti a un potere che cresce. È di queste associazioni, i cosiddetti corpi intermedi, che dobbiamo occuparci ora. Prima, però, conviene guardare a un corpo intermedio particolare: l’informazione.

10. Informare con i conti in rosso

Giornali, televisioni e radio sono a tutti gli effetti un corpo intermedio. Stanno fra il potere e i cittadini, e dovrebbero dire ai secondi ciò che il primo preferirebbe tacere. Per farlo, però, devono poter vivere di ciò che producono.

Negli ultimi trent’anni le copie vendute dei quotidiani sono crollate, e la pubblicità è migrata verso le grandi piattaforme digitali. Molte testate si reggono su tre stampelle: i contributi pubblici all’editoria, la pubblicità dei grandi gruppi economici e l’accesso alle fonti istituzionali, cioè alle notizie che ministeri, agenzie e uffici stampa scelgono di dare a chi considerano affidabile.

Non serve pensare a giornalisti comprati. Il meccanismo è più sottile, e più efficace. Una redazione che dipende da un contributo, da un inserzionista o da una fonte impara presto, senza che nessuno glielo ordini, quali argomenti conviene toccare con prudenza. Il dissenso non viene censurato: viene incorniciato. Diventa «populismo», «disinformazione», «irrazionalità», e a quel punto non c’è più bisogno di discuterne gli argomenti.

È lo stesso meccanismo di dipendenza che, in forma ancora più chiara, ha trasformato buona parte dei corpi intermedi.

11. La dipendenza dai finanziamenti

Un’associazione, un sindacato, un ente di assistenza nascono di solito dal basso. Vivono delle quote degli iscritti, del volontariato, di piccole donazioni raccolte sul territorio. È una vita modesta, ma libera: chi paga le quote è lo stesso che l’associazione rappresenta, e l’associazione deve rendere conto a lui.

Poi arrivano i finanziamenti dall’alto: bandi europei, fondi nazionali, contributi di grandi fondazioni. Il meccanismo che segue ricorda da vicino quello di una dipendenza, e si sviluppa in tre tempi.

Nel primo tempo il denaro produce un’illusione di crescita. L’associazione apre una sede più grande, assume personale fisso, avvia progetti, compare sui giornali. Ma i suoi costi fissi — stipendi, affitti, contratti — crescono ben oltre ciò che le quote degli iscritti potrebbero mai sostenere.

Nel secondo tempo la base si atrofizza. Poiché il denaro arriva da fuori, non c’è più bisogno di cercare iscritti, di ascoltarli, di convincerli. Il volontario viene sostituito dal dipendente, l’assemblea dal progettista che sa compilare le domande di finanziamento. In pochi anni l’associazione perde la capacità di mantenersi da sola.

Nel terzo tempo arriva il conto. I finanziamenti non sono mai neutri: sono legati a obiettivi, a indicatori di risultato, a priorità stabilite da chi paga, e spesso a un lessico preciso che bisogna adottare per ottenerli. A quel punto il mancato rinnovo di un bando significa licenziare il personale e chiudere la sede. Nessuno deve dare ordini espliciti. Basta che tutti sappiano da dove arriva lo stipendio.

Gli studiosi delle organizzazioni conoscono bene questo fenomeno. Già nel 1978 due professori americani, Jeffrey Pfeffer e Gerald Salancik, mostrarono che un’organizzazione finisce per obbedire a chi controlla le risorse di cui ha bisogno per sopravvivere, più che a chi dovrebbe rappresentare.

Il risultato è un capovolgimento. Verso l’esterno, il corpo intermedio continua a presentarsi come voce della società civile, espressione del territorio, difensore dei deboli. Verso l’interno, è diventato il terminale di chi lo finanzia. Si potrebbe chiamare questo fenomeno consumismo politico: come il consumatore che vive di bisogni indotti, il corpo intermedio non produce più rappresentanza, ma consuma risorse altrui e ne dipende. Nei casi estremi, organizzazioni nate per difendere qualcuno finiscono per sostenere politiche che danneggiano proprio i loro iscritti. Diventano, per usare un’espressione poco elegante ma precisa, truppe cammellate: forze che si muovono al comando di chi le mantiene.

Parte terza. Il ceto di mezzo

12. I vivai prosciugati

I corpi intermedi non servivano soltanto a proteggere le persone. Avevano un’altra funzione, meno visibile e forse più importante: formavano la classe dirigente.

Nell’Italia del dopoguerra un giovane che voleva fare politica entrava in una sezione di partito, in un sindacato, in un’associazione cattolica o in una cooperativa. Lì imparava a parlare in pubblico, a organizzare, a mediare, a perdere e a riprovare. Soprattutto, veniva giudicato da persone che lo conoscevano: se valeva poco, non andava avanti. La Democrazia cristiana e il Partito comunista arrivarono a contare, nei loro anni migliori, circa due milioni di iscritti ciascuno. Erano scuole di politica enormi, con tutti i loro difetti, ma pur sempre scuole.

Quei vivai si sono prosciugati. Nel 2012 tre studiosi, Ingrid van Biezen, Peter Mair e Thomas Poguntke, misurarono il crollo degli iscritti ai partiti in tutta Europa, e intitolarono il loro studio con la formula dei banditori d’asta: Going, going… gone?, cioè «e uno, e due… aggiudicato?». Il fenomeno non riguarda soltanto i partiti, ma anche i sindacati e l’associazionismo di base.

Quando i vivai si prosciugano, cambia il modo in cui si sceglie chi governa. Non è più la base a promuovere i migliori: è il vertice a cooptare i più fedeli. E in una società di individui soli, senza comunità capaci di giudicare e di bocciare, un politico privo di spessore non incontra più nessuno che lo fermi.

13. Il manovale politico

Nasce così una figura che si può chiamare, senza offesa per chi lavora davvero con le mani, il manovale politico.

Il manovale politico non è un ideologo. Non ha elaborato le idee che ripete, e spesso non le ha nemmeno studiate. Le conosce per parole chiave: sostenibilità, resilienza, transizione, vincoli europei, regole di bilancio. Scambia questo gergo per competenza di governo. Non ha una professione autonoma a cui tornare, né un patrimonio proprio di relazioni, di cultura o di reputazione. Deve tutto a chi lo ha scelto.

Nel 1919, in una celebre conferenza, Max Weber distinse fra chi vive per la politica e chi vive della politica. Il primo ha un’altra fonte di sostentamento e fa politica per una causa. Il secondo ne ha bisogno per vivere. Il manovale politico appartiene interamente alla seconda categoria. Pochi anni prima, nel 1911, il sociologo Robert Michels aveva descritto quella che chiamò «legge ferrea dell’oligarchia»: ogni grande organizzazione, anche la più democratica, tende a concentrare il potere in un gruppo ristretto che pensa anzitutto a conservare se stesso.

Due tratti rendono riconoscibile questa figura. Il primo è la difficoltà a decidere. Il manovale non sceglie: applica. Quando qualcosa va male, la colpa non è sua, ma dei mercati, dell’Europa, delle direttive, dei cittadini che non capiscono. Il ruolo subalterno diventa la sua copertura. Il secondo tratto è la sproporzione fra visibilità e potere reale. Titoli, interviste e inaugurazioni danno un senso di importanza che compensa l’assenza di qualunque influenza sulle grandi decisioni. Sono comparse convinte di essere protagonisti.

Non si tratta di un giudizio morale sulle singole persone. Il manovale politico è il prodotto di un sistema di selezione. Un meccanismo che premia l’obbedienza, la flessibilità e l’assenza di spigoli, e che scarta chi pensa con la propria testa perché imprevedibile, finirà per produrre esattamente questo tipo umano. Gli economisti chiamano il fenomeno selezione avversa: quando le regole del gioco premiano le qualità sbagliate, a restare in campo sono proprio quelle.

14. Il custode dei rivoli

Perché il manovale si aggrappa con tanta forza al proprio posto? Non soltanto per lo stipendio o per il prestigio.

Il potere politico contemporaneo si esercita sempre meno con le grandi decisioni e sempre più con la distribuzione del denaro pubblico: fondi, bandi, consulenze, agenzie, società partecipate, contributi mirati. È una rete di rivoli che scende dall’alto verso il basso, e lungo la quale si costruiscono consensi, fedeltà e carriere. Il manovale è uno dei terminali di questa rete. Difendere la linea ufficiale significa difendere il flusso da cui dipendono lui stesso e la cerchia di persone che, a sua volta, dipende da lui.

C’è però un aspetto di questa fedeltà che merita attenzione, perché tornerà nella conclusione. Il manovale non è fedele a un’idea: è fedele al flusso. Il giorno in cui il flusso si interrompe, anche la fedeltà viene meno.

Parte quarta. Le culle vuote

15. Una causa fra molte, un amplificatore potente

Nel 2025 in Italia sono nati 355 mila bambini, e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. L’età media delle madri al parto ha raggiunto i 32,7 anni.

Sarebbe sbagliato attribuire la denatalità a una sola causa, e tanto meno a un sistema politico. Il fenomeno riguarda quasi tutto il mondo sviluppato. Nell’insieme dell’Unione europea i figli per donna sono scesi da 1,57 nel 2010 a 1,34 nel 2024. La Corea del Sud, che con Bruxelles non ha nulla a che vedere, è arrivata nel 2023 a 0,72, uno dei valori più bassi del pianeta. E in Europa il calo delle nascite cominciò già nell’Ottocento — in Francia perfino prima — per ragioni che gli studiosi conoscono bene: le città che crescono, l’istruzione, il calo della mortalità infantile, la diffusione della contraccezione.

Detto questo, il modo in cui una società è organizzata può frenare o accelerare la tendenza. E qui il sistema descritto finora agisce come un amplificatore.

Per secoli la famiglia è stata anche un’unità economica che durava più della vita dei singoli. La casa, la terra, la bottega, i risparmi erano il frutto del lavoro di più generazioni, e i figli erano coloro che avrebbero ricevuto e continuato quel lavoro. Mettere al mondo dei figli non era solo una scelta affettiva: era il modo di dare un seguito ai sacrifici dei padri.

L’Italia offre, su questo punto, un caso curioso. È uno dei Paesi europei con la quota più alta di famiglie proprietarie della casa, circa sette su dieci, e con una ricchezza privata elevata. Eppure è fra quelli con meno nascite. Il patrimonio, dunque, c’è. Il problema è quando arriva. La ricchezza è concentrata nelle generazioni anziane, l’eredità giunge spesso quando i figli hanno cinquanta o sessant’anni, e nel frattempo i giovani lasciano la casa dei genitori intorno ai trent’anni, con lavori precari e affitti che assorbono buona parte dello stipendio. Il patrimonio di famiglia esiste, ma non è disponibile nell’età in cui si decide se avere figli.

Qui entrano in gioco le scelte politiche: la precarietà del lavoro, il costo delle case, un fisco che grava molto sul lavoro, regole energetiche che rendono costosi da adeguare proprio gli immobili più vecchi, cioè quelli che si ereditano. A tutto questo si aggiunge il venir meno della rete familiare allargata. Dove un tempo nonni, zii e vicini aiutavano a crescere i bambini, oggi si comprano servizi: asili, baby-sitter, badanti.

Due osservazioni suggeriscono che la dimensione comunitaria e spirituale conti. In Italia la regione con più nascite è il Trentino-Alto Adige, con 1,40 figli per donna: una terra dove l’associazionismo e la cooperazione sono particolarmente radicati, e dove le politiche locali per la famiglia sono fra le più generose. E Israele, un’economia fra le più tecnologiche del mondo, ha una fecondità vicina ai tre figli per donna, legata in buona parte alla forza delle appartenenze religiose. Non sono prove definitive. Sono indizi che vanno nella stessa direzione.

Resta un’ultima ironia, e riguarda ancora l’eterogenesi dei fini. L’individuo solo, senza figli e senza patrimonio, è il lavoratore e il consumatore ideale per un’economia che chiede mobilità e flessibilità. Ma una società senza figli è una società senza futuri contribuenti. Senza di loro non si pagano le pensioni, non si sostiene il debito pubblico, non si finanzia la spesa. Il sistema che trae vantaggio dall’individuo isolato sta prosciugando, senza accorgersene, la fonte stessa del denaro che distribuisce.

Le obiezioni

16. Cinque obiezioni serie

Un ragionamento che non si misura con le obiezioni più forti non merita fiducia. Eccone cinque.

La prima: questa è una teoria del complotto. No, e lo si è detto fin dall’inizio. Il saggio non sostiene che qualcuno abbia progettato il sistema, ma che il sistema si è formato da sé e che chi ne trae vantaggio lo difende. La differenza è sostanziale. Un complotto richiede una regia. Un sistema difettoso richiede soltanto che nessuno abbia interesse a ripararlo.

La seconda: il sistema si è corretto molte volte. È vero, e il capitolo 4 lo ha riconosciuto. Ma le correzioni sono arrivate tardi, sotto la spinta di crisi gravi, e senza mai mettere in discussione il modo di pensare che aveva prodotto gli errori. Un sistema che impara solo dagli incidenti continuerà ad averne.

La terza: la denatalità c’è ovunque, anche dove Bruxelles non arriva. Anche questo è vero, e il saggio non lo nega. La tesi è più limitata: le scelte descritte non hanno creato il fenomeno, ma lo hanno aggravato e hanno tolto di mezzo i contrappesi che avrebbero potuto frenarlo.

La quarta: il cordone sanitario serve a proteggere la democrazia. È l’obiezione più delicata. In Sassonia-Anhalt la sezione regionale dell’AfD è stata classificata come estremista dall’ufficio regionale per la protezione della Costituzione, e chi difende il cordone sanitario sostiene che un partito del genere non debba governare, qualunque sia il suo consenso. È una posizione seria, radicata nella storia tedesca del Novecento. Ma anche chi la condivide dovrebbe porsi una domanda: che cosa accade, nel tempo, a una democrazia in cui quasi metà degli elettori di una regione sa in anticipo che il proprio voto non potrà tradursi in governo? Il dilemma non ha una soluzione facile. Proprio per questo non si può ignorarlo.

La quinta: queste classi dirigenti hanno portato pace, benessere e libertà di movimento. È vero anche questo. Settant’anni di pace fra Paesi che si erano combattuti per secoli, un mercato comune, la libertà di viaggiare, studiare e lavorare in tutto il continente sono risultati storici, e questo saggio non li nega. Chiede piuttosto perché una macchina capace di ottenere risultati simili sia diventata incapace di accorgersi di quando smette di funzionare.

Conclusione. Quando obbedire costa più che disobbedire

Un sistema come quello descritto non si ferma da solo. Si possono però immaginare tre modi in cui il suo percorso potrebbe cambiare.

Il primo è l’adattamento tardivo: altre correzioni imposte dalle crisi, sufficienti a evitare il peggio ma non a cambiare il modo di pensare. È lo scenario più probabile nel breve periodo, ed è quello che abbiamo visto negli ultimi quindici anni.

Il secondo è la pressione degli elettori. Il voto di Magdeburgo mostra che il dissenso cresce e cerca uno sbocco. L’economista Timur Kuran ha studiato un fenomeno che aiuta a capire che cosa può accadere. Nei sistemi in cui dissentire costa caro, molte persone fingono un consenso che non provano: in pubblico dicono una cosa, in privato ne pensano un’altra. Kuran lo chiamò «falsificazione delle preferenze». Finché il costo del dissenso resta alto, il sistema appare solido. Ma quando quel costo scende, anche di poco, basta che alcuni comincino a dire apertamente ciò che pensano perché altri li seguano, a cascata. Kuran usò proprio questa teoria per spiegare come mai nel 1989 i regimi dell’Europa orientale, che sembravano incrollabili, caddero in poche settimane sorprendendo tutti. Il voto che cresce, a Magdeburgo come altrove, può essere letto come il segnale che il costo del dissenso sta scendendo.

Il terzo modo è quello che si può chiamare catastrofe funzionale. Non è necessariamente una guerra o un disastro improvviso. È il momento in cui il sistema urta contro i limiti materiali della realtà: quando la ricchezza prodotta non basta più ad alimentare i rivoli della spesa, quando la scarsità di energia o di materie prime rende impossibile eseguire le direttive, quando per cittadini e imprese obbedire alle regole costa più che disobbedire. In quel momento il manovale politico, che era fedele al flusso e non alle idee, smette di obbedire. E la finzione che teneva in piedi l’edificio si dissolve.

La storia offre qui un avvertimento più sottile di quanto si pensi. Si dice spesso che i grandi imperi burocratici non si riformano, e crollano. Non è del tutto vero. L’Impero romano fu profondamente riformato da Diocleziano e da Costantino: la parte occidentale cadde, quella orientale sopravvisse per altri mille anni. L’Unione Sovietica, invece, crollò proprio mentre Gorbačëv cercava di riformarla. Alexis de Tocqueville, studiando la fine della monarchia francese, osservò che per un cattivo governo il momento più pericoloso è di solito quello in cui comincia a riformarsi. La lezione non è che le riforme siano inutili. È che le riforme tardive, fatte quando il muro è a pochi metri, possono accelerare proprio il crollo che volevano evitare.

Nessuno che abbia a cuore la vita delle persone può augurarsi una catastrofe. Le catastrofi le pagano sempre i più deboli, e quasi mai chi le ha provocate. Proprio per questo il senso di queste pagine non è una profezia, ma un avvertimento. La strada meno dolorosa resta quella di correggere la rotta prima del muro: riconoscere gli errori come errori e non come aggiustamenti, restituire alla politica le scelte che le sono state sottratte, lasciare che i corpi intermedi tornino a vivere di chi rappresentano.

Se questo non accadrà, sarà la realtà a incaricarsene. Prima o poi le cose — l’energia, le fabbriche, le culle, i conti — si riprendono il primato sulle parole. È successo molte volte nella storia. A Magdeburgo, una domenica di settembre, se n’è sentito uno scricchiolio.

Per approfondire

Albert, Hans, Trattato sulla ragione critica (1968).

Fukuyama, Francis, La fine della storia e l’ultimo uomo (1992).

Goodhart, David, The Road to Somewhere (2017).

Harari, Yuval Noah, Sapiens (2011); Homo Deus (2015); Nexus (2024).

Istat, Indicatori demografici. Anno 2025 (2026).

Kuran, Timur, Private Truths, Public Lies. The Social Consequences of Preference Falsification (1995).

Michels, Robert, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna (1911).

Pfeffer, Jeffrey e Salancik, Gerald, The External Control of Organizations (1978).

Pio XI, Quadragesimo anno (1931).

Popper, Karl, La società aperta e i suoi nemici (1945); Miseria dello storicismo (1957).

Tocqueville, Alexis de, La democrazia in America (1835-1840); L’Antico regime e la Rivoluzione (1856).

van Biezen, Ingrid, Mair, Peter e Poguntke, Thomas, «Going, going… gone? The decline of party membership in contemporary Europe», European Journal of Political Research (2012).

Weber, Max, La scienza come professione (1917); La politica come professione (1919).

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