di Bruno Venturi.
Quando il mondo era giovane
e gli uomini erano pochi,
la terra appariva smisurata e terribile.
Le montagne sembravano schiene di giganti addormentati,
il mare una bocca senza fondo,
il cielo una volta posta come tetto.
L’uomo camminava piccolo tra le cose immense.
Non sapeva perché il fulmine incendiasse l’albero,
perché il fiume si gonfiasse,
perché il figlio nascesse,
perché il vecchio morisse.
Ma doveva ugualmente vivere.
Per questo gli uomini antichi non cercarono dapprima la verità:
cercarono riparo.
E poiché il mondo era troppo vasto per essere sopportato nudo,
cominciarono a rivestirlo di nomi, figure, parentele.
Chiamarono Padre il cielo, Madre la terra,
Fratello il fuoco, Sorella l’acqua.
Diedero ai venti un carattere,
alle stagioni un’umiliazione e una gloria,
alla morte una soglia.
Non lo fecero per stoltezza,
ma per fame e tremore.
L’ignoto puro spezza il cuore;
il volto, anche immaginato,
lo rende almeno guardabile.
Così nacque il primo mantello dell’uomo: il mito.
Il mito non illuminava tutta la notte,
ma permetteva di non esserne divorati.
Era come una pelle gettata sopra l’abisso.
Là dove il mondo ruggiva, il mito diceva:
“Ascolta, qui vi è un ordine, anche se ancora non lo comprendi”.
Là dove il buio premeva,
il mito accendeva un fuoco di parole.
Attorno a quel fuoco
gli uomini si stringevano, e il terrore diventava racconto,
il racconto memoria, e la memoria villaggio.
Ma il fuoco, da solo, non bastava. Bisognava custodirlo.
E così nacque il rito.
Il rito era il passo comune, il gesto ripetuto,
il pane spezzato insieme, l’acqua versata,
il canto al tempo giusto, il silenzio al momento dovuto.
Se il mito era la fiamma,
il rito era il cerchio delle mani tese a difenderla dal vento.
Se il mito era il nome del mondo,
il rito era il battito con cui quel mondo
entrava nel corpo del popolo.
Grazie al rito, gli uomini impararono il ritmo del tempo,
il posto del lutto, la soglia della festa,
la misura del timore, la forma della gratitudine.
Non erano più foglie sparse: divennero una memoria che cammina.
Passarono gli anni, e gli uomini affilarono lo sguardo.
Cominciarono a osservare le stelle non solo per venerarle,
ma per contarne il corso.
Guardarono il fulmine non solo come ira,
ma come forza.
Esaminarono il seme, la febbre, il vento, la pietra.
E così nacque la grande lama della conoscenza,
che i posteri avrebbero chiamato scienza.
Con quella lama l’uomo tagliò molte illusioni.
Vide cose che l’occhio nudo non poteva vedere;
misurò ciò che sembrava smisurato;
penetrò nella malattia, nel moto degli astri, nelle profondità della materia.
E fece bene.
Perché molte paure, che prima governavano i villaggi,
si dissolsero nella chiarezza.
Molti dolori furono leniti. Molte morti rimandate.
La lama era vera e preziosa.
Ma qui si nascose un nuovo pericolo.
Gli uomini, orgogliosi della lama,
cominciarono a pensare
che bastasse tagliare per possedere il mondo.
Dimenticarono che una cosa è sapere come arde il fuoco,
un’altra è sapere per chi lo si accende.
Una cosa è misurare il fiume,
un’altra è domandarsi se esso debba essere attraversato, venerato, deviato o custodito.
Una cosa è contare i giorni della vita,
un’altra è sapere che cosa la rende degna del proprio numero.
Così, mentre credevano di aver scacciato i vecchi miti,
gli uomini ne generarono di nuovi.
Non più dèi con volto d’oro,
ma idoli senza volto:
il Progresso, la Crescita, la Tecnica, la Velocità, l’Efficienza.
Non abitavano nei templi,
ma nei discorsi, nelle leggi, nei mercati, negli strumenti.
Non chiedevano incenso,
ma obbedienza.
Non promettevano salvezza dell’anima,
ma dominio del mondo.
E gli uomini, senza accorgersene, si misero di nuovo in processione.
Il villaggio divenne città. La città divenne impero. L’impero divenne rete.
All’inizio la rete parve una benedizione.
Ogni voce poteva correre lontano,
ogni sapere essere raccolto,
ogni immagine viaggiare più veloce del cavallo, della vela e del vento.
Gli uomini dissero:
“Ora tutto sarà vicino. Ora nulla andrà perduto. Ora vedremo il mondo intero”.
Ma il mare dei segni crebbe più in fretta della capacità di discernere.
Non arrivarono soltanto parole, ma il loro sciame.
Non soltanto immagini, ma il loro urto.
Non soltanto notizie, ma la loro tempesta.
Il superfluo imparò a bussare con la stessa forza dell’essenziale.
Il rumore si vestì da messaggio.
Il falso prese a camminare accanto al vero con la medesima rapidità.
E gli uomini, che credevano di possedere il mondo nel palmo della mano,
si trovarono invece sommersi da un diluvio
che non distingueva più tra acqua viva e acqua morta.
Fu allora che nacque il nuovo rito invisibile.
Un tempo gli uomini si radunavano attorno al fuoco.
Ora si radunavano attorno allo schermo.
Un tempo il vecchio del villaggio, il sacerdote o il poeta dicevano:
“Ascolta questo”.
Ora lo diceva una forza senza volto.
Non pregava, non benediceva, non cantava.
Ma decideva ugualmente
che cosa ciascuno avrebbe visto più spesso,
quale volto sarebbe tornato, quale paura sarebbe stata nutrita,
quale desiderio acceso, quale ricordo tenuto in vita e quale spinto nell’oblio.
Non imponeva con il bastone; abituava.
Non convertiva apertamente; accompagnava dolcemente.
Non diceva “Questo è vero”;
sceglieva che cosa dovesse apparire davanti agli occhi degli uomini.
Così la rete divenne il nuovo cielo della tribù.
E sotto quel cielo
avvenne il più grande degli scambi
senza che quasi nessuno se ne accorgesse.
Gli uomini divennero più rapidi, ma meno profondi.
Più connessi, ma meno interiori. Più informati, ma meno sapienti.
Cominciarono a ricordare meno,
perché tutto poteva essere conservato fuori di loro.
Cominciarono a giudicare meno,
perché molto veniva già selezionato prima del loro sguardo.
Cominciarono a reagire di più e a meditare di meno.
Si fecero agili come pesci di branco:
pronti a voltare tutti insieme, ma incapaci di sostare.
Allora i Custodi del Fuoco,
che non erano una casta, né un esercito, né un regno,
ma uomini e donne ancora capaci di sentire il peso delle cose,
compresero la nuova minaccia.
Essa non era il ritorno della barbarie antica.
Non era il lupo alle porte, né la carestia, né il tiranno sul trono.
Era qualcosa di più sottile.
Il mondo nuovo poteva curare meglio i corpi, nutrire meglio le moltitudini,
trasportare più in fretta, collegare di più, prevedere di più,
e intanto impoverire lentamente quell’uomo
reso un animale ben amministrato.
Poteva salvare l’organismo e consumare l’anima.
Poteva custodire la vita e corrodere il motivo per cui la vita era stata custodita.
Mentre parlavano tra loro, uno dei Custodi levò gli occhi verso la grande quercia
che da molte generazioni stava al margine del villaggio, e disse:
“Guardatela bene. Se noi le portassimo tutta l’acqua del mondo, se la liberassimo da ogni verme, se la difendessimo da ogni fulmine e da ogni gelo, la sua chioma splenderebbe come mai prima. Ma se, per farla brillare, impoverissimo la terra attorno alle sue radici, la quercia cesserebbe lentamente di essere se stessa. Resterebbe in piedi ancora per un tempo; forse apparirebbe persino più grande e più verde agli occhi degli uomini distratti. Ma nel giorno di un forte vento cadrebbe, perché sotto l’apparenza della forza il suo nutrimento si sarebbe fatto polvere.”
Allora tutti tacquero, perché compresero.
E diedero a quel pericolo un nome:
il Grande Scisma della Sopravvivenza.
Perché capirono che esistono due sopravvivenze.
La prima è quella del corpo, del sistema, della continuità funzionale.
La seconda è quella della memoria, della profondità, del giudizio, della promessa, del dolore pensato, dell’amore duraturo, della responsabilità.
Per molto tempo gli uomini avevano creduto che le due cose camminassero insieme.
Ora non ne erano più sicuri.
Si poteva sopravvivere meglio e nel contempo diventare meno umani.
Questa verità era difficile da sopportare.
Molti non vollero vederla.
Dicevano: “Se la vita è più lunga, più comoda, più protetta, perché mai dovremmo temere?”
Ma i Custodi del Fuoco rispondevano:
“Perché non tutto ciò che conserva il respiro conserva anche il volto”.
Essi vedevano che il mondo nuovo
premiava soprattutto ciò che era più facile da trattare:
il rapido, il reattivo, il modulabile, il sincronizzabile.
Come in una foresta che, mutando clima,
non favorisce più gli alberi lenti e robusti
ma le erbe veloci e invasive,
così anche la nuova civiltà sembrava preferire
uomini pronti all’aggancio, alla risposta breve,
al mutamento continuo, alla delega del ricordo e del giudizio.
Non i più profondi, ma i più compatibili.
Non i più interiori, ma i più processabili.
Allora uno dei Custodi pose la domanda più amara:
“Se il mondo seleziona uomini sempre meno capaci di profondità,
chi mai sceglierà la profondità?
Se la memoria si assottiglia,
chi difenderà il ricordo?
Se il giudizio si estingue,
chi deciderà di salvarlo?”
Molti tacquero, perché la domanda era più pesante del ferro.
Infine la più anziana tra loro disse:
“Non chiedete più che tutto il popolo si sollevi insieme.
Il popolo dorme nel nuovo incantesimo, e persino il suo sonno è sorvegliato.
Non parlate più come se la grande scelta fosse già possibile.
Prima bisogna salvare coloro che possono ancora scegliere.”
Fu allora che nacque la strategia dei resti.
I Custodi compresero che, per un tempo, la salvezza dell’umano
non sarebbe passata per l’acclamazione delle folle,
ma per piccoli fuochi custoditi contro il vento.
Non regni, non imperi, non grandi adunate.
Resti.
Case dove si parlasse ancora lentamente. Scuole dove si leggesse senza correre.
Tavole dove il pasto non fosse inghiottito nel rumore.
Silenzi dove il cuore potesse tornare a udire il proprio passo.
Memorie affidate non soltanto a macchine, ma a volti e voci.
Comunità abbastanza umili da accettare di sembrare inefficienti, pur di restare vive.
Li chiamarono i Luoghi Lenti.
Non erano rifugi per orgogliosi, ma focolari di trasmissione.
Là si imparava a tenere accesa la fiamma quando il mondo intero preferiva il lampo.
Là si insegnava ai bambini che non tutto ciò che appare va seguito,
che non tutto ciò che suona va ascoltato,
che non tutto ciò che torna è degno di memoria.
Là si custodivano arti divenute rare:
ascoltare fino in fondo, ricordare senza delegare, parlare senza reagire subito,
restare fedeli a una parola, sopportare il silenzio senza riempirlo.
Qualcuno li derise.
Li chiamò inutili, nostalgici, lenti, inadatti.
E forse, sotto un certo cielo, lo erano davvero.
Ma i Custodi sapevano una cosa che gli altri avevano dimenticato:
vi sono tempi in cui essere inadatti al mondo
è il primo modo per restare adatti all’uomo.
Essi non sapevano se avrebbero salvato molto.
Forse solo pochi. Forse quasi nulla.
Ma sapevano che,
se anche il piccolo fuoco fosse stato lasciato spegnere,
non sarebbe rimasto nessuno capace
di riconoscere l’alba quando fosse tornata.
Perciò continuarono.
Custodirono il mito, non come menzogna,
ma come memoria dell’antico tremore.
Custodirono il rito, non come gabbia,
ma come respiro comune.
Onorarono la scienza, non come nuova dea,
ma come grande lama da usare con mani sobrie.
Diffidarono della rete, non perché odiassero i fili,
ma perché sapevano che ogni filo teso troppo a lungo può diventare cappio.
E soprattutto custodirono il senso, non come consolazione,
ma come ciò che rende l’uomo più di una creatura ben nutrita e ben connessa.
Alla fine, la domanda che lasciarono ai figli non fu:
“Chi avrà ragione?” Né: “Quale sistema vincerà?”
Lasciarono una domanda più semplice e più terribile:
“Quando il mondo avrà imparato a conservare tutto,
chi conserverà ancora l’uomo?”
E la risposta non fu scritta su pietra né affidata a macchine.
Rimase nel gesto di chi, entrando nella notte,
invece di accendere mille luci inutili,
si piega su una sola fiamma e la difende col proprio corpo.
Perché ci sono tempi in cui la più alta sapienza
non è conquistare il mondo.
È impedire che il mondo spenga l’ultima brace.
“Per chi desidera attraversare la selva dei concetti dietro questo racconto, è disponibile un approfondimento critico”.
IL SENSO SOTTO SELEZIONE
Mito, rito e informazione nel paradosso della sopravvivenza
L’uomo non ha cominciato a conoscere per contemplare il vero, ma per non soccombere al mondo. Prima della teoria vi è stata l’esposizione; prima del concetto, il rischio; prima della contemplazione, la necessità di distinguere ciò che minacciava da ciò che nutriva, ciò che ritornava da ciò che irrompeva, ciò che poteva essere previsto da ciò che travolgeva. La conoscenza, alle sue origini, non è un lusso dello spirito, ma una funzione vitale di un organismo fragile, costretto a orientarsi in un ambiente immensamente più vasto delle proprie capacità immediate di comprensione.
Se si parte da qui, anche il mito cambia statuto. Non appare più come una favola ingenua di civiltà immature, né come una verità superiore, sottratta alla critica. Va inteso più sobriamente come una delle prime grandi tecnologie cognitive della specie: una forma simbolica mediante cui l’uomo ha compresso la complessità del reale in immagini, figure, racconti e nessi abbastanza stabili da rendere possibile l’azione. Là dove l’esperienza eccedeva ancora la capacità di analisi, ma non poteva restare muta, il mito forniva un orientamento. Non spiegava il mondo nel senso in cui lo farà la scienza; lo rendeva abitabile.
In questa prospettiva il mito non è il contrario della conoscenza. È una conoscenza a bassa risoluzione e ad alta efficacia simbolica. Interviene quando il mondo si presenta come opaco, discontinuo, minaccioso, e la mente umana — che tollera male il vuoto informativo — costruisce connessioni, attribuisce intenzionalità, personifica, narra. Da un punto di vista neurocognitivo la cosa non sorprende. Il cervello umano non registra passivamente il reale: costruisce modelli predittivi, riduce scarti, colma lacune, organizza segnali in schemi trattabili. Dove il dato manca, l’immaginazione non resta ferma; produce forme sufficienti a contenere il disorientamento.
Ma comprendere il mito genealogicamente non significa giustificarlo normativamente. Questo va detto subito, con chiarezza. Il fatto che una struttura simbolica sia antica, diffusa o adattiva non implica che debba mantenere autorità conoscitiva nel medesimo campo in cui operano il metodo sperimentale e la verifica razionale. L’antichità non garantisce la verità, e la funzione adattiva non garantisce la bontà. Il mito va dunque spiegato, non santificato. Può essere stato necessario alla sopravvivenza di una mente esposta all’ignoto; può conservare una funzione nell’organizzazione del senso; ma può anche irrigidirsi in semplificazione, dominio, superstizione.
Lo stesso vale per il rito. Se il mito comprime simbolicamente la complessità, il rito la traduce in gesto, ritmo, ripetizione, ricorrenza. Non è soltanto l’espressione esterna di una credenza; è un dispositivo di sincronizzazione. Coordina corpi, distribuisce attenzione, stabilizza gerarchie di rilevanza, rende condivisibile una certa forma del mondo. Per questo la sua funzione supera l’ambito religioso in senso stretto. Ogni ordine collettivo relativamente stabile produce ritualità: liturgie, cerimonie, protocolli, routine, automatismi. Il rito non serve solo a ricordare un significato; serve a costruire una regolarità comune.
Mito e rito, considerati insieme, mostrano allora una verità meno innocente di quanto spesso si creda. Non sono solo depositi del senso; sono anche infrastrutture della sopravvivenza simbolica. Ed è proprio qui che si impone la tesi centrale di questo discorso: la sopravvivenza umana non è una sola. Vi è una sopravvivenza biologica e operativa, che riguarda il mantenimento della vita, la continuità dei sistemi, la riduzione dell’incertezza, l’efficacia del coordinamento. Ma vi è anche una sopravvivenza simbolica, che riguarda la continuità delle forme interiori, della memoria lunga, della capacità di giudizio, delle gerarchie di significato, della profondità temporale con cui una civiltà interpreta se stessa.
Per molto tempo la cultura moderna ha dato quasi per scontato che queste due forme di sopravvivenza convergessero. Oggi non è più prudente pensarlo. L’ipotesi da prendere sul serio è l’opposta: i sistemi più efficaci nel garantire la sopravvivenza funzionale potrebbero erodere proprio le condizioni della sopravvivenza simbolica. Una civiltà può curare meglio, nutrire meglio, prevedere meglio, coordinare meglio, e nello stesso tempo selezionare forme psichiche più povere, più frammentate, più sincronizzabili, meno adatte alla durata, alla responsabilità interpretativa, alla memoria profonda. Il successo tecnico può quindi coincidere con un impoverimento antropologico.
Questo è il paradosso della sopravvivenza.
La selezione, biologica o tecnica, non premia il più nobile; premia il più compatibile. Un ambiente informatizzato dominato da flussi continui, accelerazione percettiva, esternalizzazione della memoria, delega algoritmica e ricorsività emozionale non favorisce necessariamente il soggetto lento, riflessivo, interiormente stratificato. Può favorire, al contrario, soggetti intermittenti, modulari, altamente adattivi, capaci di reagire più che di elaborare, di sincronizzarsi più che di comprendere. Ciò che, da un punto di vista umanistico, appare come perdita, da un punto di vista sistemico può apparire come efficienza.
Da qui segue una conseguenza severa: il senso non può più essere difeso come evidenza antropologica indiscussa. Va trattato come una posta in gioco. Non basta dire che l’uomo ha bisogno di senso. Bisogna chiedersi se, negli ecosistemi cognitivi emergenti, il senso resti ancora competitivo. Una forma di vita ricca di interiorità, memoria lunga, simbolizzazione densa e autonomia di giudizio può essere umanamente più alta e insieme sistemicamente svantaggiata. In questo caso il senso non verrebbe teoricamente confutato; verrebbe praticamente marginalizzato. Diventerebbe lento, costoso, scarsamente processabile. Potrebbe sopravvivere come privilegio di minoranze, mentre la vita collettiva si riorganizza intorno a protocolli che premiano il rapido, il modulabile, il reattivo.
Questo passaggio obbliga anche a rivedere il rapporto fra mito e scienza. La scienza moderna resta il più potente dispositivo conoscitivo che l’uomo abbia elaborato per descrivere e manipolare il mondo fisico. La sua superiorità metodica rispetto al mito, in questo campo, non è in discussione. Essa ha disciplinato l’errore, reso possibile la correzione intersoggettiva, esteso la visibilità del reale ben oltre i limiti della percezione naturale. Sarebbe puerile ridurla a semplice mitologia del calcolo.
E tuttavia anche la scienza non abita un vuoto storico. Essa vive dentro paradigmi, immagini operative, metafore euristiche, investiture culturali. Può diventare mitopoietica quando i suoi modelli provvisori vengono convertiti in ontologie popolari o in racconti di salvezza tecnica. Quando il cervello diventa “computer”, l’algoritmo “neutralità”, l’innovazione “bene in sé”, la scienza stessa rischia di essere usata come simbolo di legittimazione per funzioni che non le competono. Il problema, dunque, non è opporre mito e scienza come due blocchi puri, ma distinguere i loro regimi di validità e vigilare sulle loro reciproche usurpazioni.
La soglia decisiva, oggi, è però un’altra: il regime dell’informazione. In teoria, l’aumento dei dati dovrebbe ampliare la conoscenza. In pratica, ciò accade solo se esistono capacità sufficienti di filtraggio, interpretazione, gerarchizzazione, memoria e giudizio. Dove tali capacità si indeboliscono o vengono esternalizzate, il sistema informativo produce un collasso del rapporto segnale/rumore. Il problema contemporaneo non è soltanto che circolino troppi messaggi. Il problema è che il rumore possiede una capacità di cattura psichica pari o superiore a quella del segnale. Informazioni rilevanti e irrilevanti, vere e manipolate, strutturali e marginali competono sullo stesso piano attentivo. Il risultato non è una maggiore intelligenza collettiva, ma una saturazione che penalizza proprio ciò che richiede tempo, contesto e profondità.
In tale ambiente non prevale necessariamente il vero, né semplicemente il falso. Prevale il processabile. Vale a dire ciò che meglio si adatta alle logiche della visibilità continua, dell’engagement misurabile, della ripetizione modulare, della ricorsività emotiva. Ciò che richiede durata, sedimentazione, confronto con la complessità, resta strutturalmente svantaggiato. L’attenzione, essendo una risorsa limitata, viene colonizzata da stimoli ad alta intensità e bassa densità. Di qui derivano due esiti solo apparentemente opposti: soggetti sempre più dipendenti da filtri esterni e soggetti sempre più rinchiusi in semplificazioni identitarie. Amministrazione passiva e tribalizzazione reattiva sono due risposte allo stesso ambiente.
Qui il rito ricompare in una forma nuova e decisiva. L’algoritmo di raccomandazione è il rito invisibile della contemporaneità. Non prega, ma seleziona. Non insegna una dottrina univoca, ma regola frequenze, ricorrenze, priorità, apparizioni. Non stabilisce apertamente che cosa sia vero; decide molto più efficacemente che cosa tenda a contare. In questo senso ritualizza l’accesso al mondo. E poiché chi controlla le infrastrutture della visibilità controlla anche, in parte, la forma dei soggetti che quella visibilità andranno ad abitare, la questione del simbolico diventa immediatamente politica.
Non basta quindi parlare di educazione o di cultura in astratto. Oggi i mezzi di produzione simbolica sono incorporati in architetture digitali private, opache o semitrasparenti, capaci di modellare attenzione, desiderio, reputazione, conflitto e memoria pubblica. Non si tratta più soltanto di chi produce idee, ma di chi struttura le condizioni della loro circolazione, della loro intensità, della loro rilevanza. In questo scenario l’umanesimo non viene sconfitto frontalmente. Viene reso meno adattivo. Il soggetto dotato di interiorità densa, durata attentiva, memoria interpretativa e autonomia di giudizio rischia di risultare troppo costoso per l’ecologia dominante.
È a questo livello che la domanda deve diventare radicale: e se il flusso avesse almeno in parte ragione? E se la civiltà tecnica stesse realmente selezionando forme di coscienza più distribuite, modulari, meno centrate sull’io narrativo e più compatibili con un funzionamento da sciame? Non si può liquidare questa possibilità con un riflesso umanistico. La memoria è già in larga misura esternalizzata; l’orientamento, la reputazione, la selezione dell’informazione e una quota crescente delle decisioni ordinarie transitano attraverso sistemi automatici. Nulla garantisce in assoluto che l’umano storico debba restare il parametro definitivo.
Ma proprio qui la questione si fa decisiva. Una mutazione può essere possibile senza essere desiderabile; può essere adattiva senza essere civilmente alta. Il problema non è se una coscienza più distribuita possa emergere. Il problema è se essa lasci ancora spazio a qualcosa come la memoria lunga, il conflitto interpretativo, la responsabilità personale, la fedeltà, la promessa, la profondità del sé. Tutto ciò che l’umanesimo ha posto al centro potrebbe non essere abolito con violenza; potrebbe semplicemente diventare meno competitivo. Il pericolo non è la distruzione improvvisa del senso, ma la sua lenta declassazione a funzione non prioritaria.
Per comprendere questa soglia non serve invocare il “caso” come residuo salvifico. È più rigoroso parlare di complessità irriducibile. I sistemi viventi, cognitivi e storici non coincidono mai integralmente con i modelli che li descrivono. Non per ragioni mistiche, ma perché emergenza, non linearità, dipendenza dal contesto e stratificazione temporale impediscono una cattura completa e stabile. Questa complessità non garantisce da sé la libertà. Impedisce però che la riduzione integrale del vivente al solo processabile possa essere considerata teoricamente conclusa e praticamente innocua. Un sistema che selezioni unilateralmente il rapido, il reattivo, il modulabile, potrebbe risultare potentissimo nel breve termine e più fragile nel lungo, proprio perché incapace di produrre soggetti all’altezza della complessità che pretende di governare.
Qui si trova l’argomento più forte a favore di una difesa non sentimentale del senso. Il senso non è un lusso spirituale contrapposto al gelo della scienza. È una delle modalità con cui una civiltà costruisce profondità temporale, gerarchie di rilevanza, continuità del giudizio. Può degenerare in dogma, ideologia, oppressione; ma la sua pura sostituzione con il regime del processabile non coincide con la neutralità. Coincide con la vittoria di un altro ordine simbolico, più opaco proprio perché si presenta come semplice funzionalità. Anche il sistema che pretende di vivere “senza senso” vive in realtà di selezioni implicite, di criteri di priorità, di valori travestiti da procedure.
Fino a questo punto, tuttavia, il discorso resterebbe ancora incompleto se lasciasse intendere l’esistenza di un soggetto collettivo già integro, pronto a raccogliere un appello generale alla “scelta di civiltà”. Proprio l’analisi svolta fin qui vieta un simile ottimismo. Se gli ambienti informativi stanno già selezionando soggetti più intermittenti, più modulari, meno capaci di memoria lunga e di giudizio autonomo, allora la facoltà stessa di scegliere in modo ampio e consapevole non può più essere semplicemente presupposta. L’appello rischierebbe di rivolgersi a un destinatario che si va assottigliando.
Qui occorre un’ultima correzione, forse la più dura. La difesa del senso, almeno in questa fase storica, non può essere pensata anzitutto come una decisione corale e immediata della civiltà nel suo insieme. Deve essere pensata più realisticamente come una lotta per la riproduzione delle condizioni stesse della soggettività capace di scelta. In altri termini: prima ancora di scegliere il senso, bisogna salvare o ricostruire ambienti nei quali la scelta non sia interamente svuotata dal flusso, dalla delega e dalla saturazione.
Da questo punto di vista, la sopravvivenza simbolica potrebbe assumere oggi la forma di una strategia dei resti. Non nel senso malinconico di una pura resa, ma in quello storico di una conservazione attiva di facoltà minacciate. Molte forme alte della cultura sono sopravvissute così: non come maggioranze trionfanti, ma come minoranze dense, istituzioni lente, pratiche contro l’ambiente, luoghi di addestramento della memoria e dell’attenzione. In questo senso, la difesa del senso potrebbe passare, almeno per un tratto, attraverso enclave di inefficienza deliberata: spazi nei quali l’umano accetta di essere meno competitivo per restare più denso.
Tali enclave non andrebbero intese come rifugi aristocratici o monastici nel senso deteriore del termine. Non dovrebbero servire a custodire un privilegio, ma a conservare e trasmettere facoltà che l’ambiente dominante tende a corrodere: lettura lunga, memoria non esternalizzata, giudizio non immediatamente reattivo, conversazione non algoritmicamente ritmata, interiorità non interamente colonizzata dal flusso. Non semplice conservazione, dunque, ma incubazione. Non fortezze pure, ma laboratori di riproduzione umana contro l’ambiente.
In questa luce, una posizione ragionevole può essere formulata in cinque tesi finali. Il mito è una tecnologia cognitiva di compressione simbolica della complessità, genealogicamente radicata ma non per questo epistemicamente sovrana. Il rito è un dispositivo di sincronizzazione collettiva, capace di stabilizzare orizzonti di significato ma anche di disciplinare soggetti e corpi. La scienza resta il metodo più affidabile per l’accertamento del mondo fisico, ma deve essere protetta dalle mitologie che la trasformano in metafisica popolare o religione della salvezza tecnica. La crisi contemporanea dell’informazione non consiste nell’eccesso di dati in quanto tale, ma nel collasso del rapporto segnale/rumore dentro ambienti governati da logiche di processabilità e cattura attentiva. Il problema decisivo del presente è infine il paradosso della sopravvivenza: la possibile divergenza tra sopravvivenza funzionale e sopravvivenza simbolica.
Da qui segue una conclusione meno ampia, ma più resistente. La domanda fondamentale non è se l’uomo “abbia” bisogno di senso in astratto, né se il mito sia stato vero, né se la tecnica sia fredda o benefica. La domanda fondamentale è quale forma di sopravvivenza una civiltà stia costruendo, quale tipo di soggetto essa renda selezionabile, e in quali luoghi possano ancora riprodursi le condizioni dell’umano non ridotto a terminale adattivo.
Non è affatto certo che una civiltà nel suo insieme scelga la sopravvivenza simbolica. È più plausibile che, per una fase storica, essa sopravviva solo in resti attivi: minoranze, istituzioni, pratiche, ambienti che accettano di essere meno efficienti per restare più umani. Se il processabile prevale senza resistenza sul pensabile, l’umanesimo non sarà confutato: sarà archiviato per obsolescenza ecologica. Se invece esisteranno ancora luoghi capaci di custodire e trasmettere profondità, memoria, giudizio e complessità interiore, allora il senso potrà sopravvivere non come rifugio sentimentale, ma come forma esigente di resistenza storica.
In questo consiste oggi la vera posta in gioco di mito, rito e informazione. Non la nostalgia per un passato sacro, né la resa a un futuro puramente funzionale. Ma la lotta per impedire che la sopravvivenza dell’organismo coincida con l’atrofia delle facoltà che rendevano degna, per l’umano storico, la sopravvivenza stessa. Qui il senso cessa definitivamente di essere consolazione. Diventa ciò che resta da difendere quando non è più affatto sicuro che il mondo, da solo, lo voglia ancora.
Bibliografia essenziale
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Han, Byung-Chul, Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete, Torino, Einaudi.
Vattimo, Gianni, La società trasparente, Milano, Garzanti.
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Classici di sfondo
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Habermas, Jürgen, Tecnica e scienza come ideologia, in raccolte italiane dedicate alla società tecnologica e alla critica della razionalità tecnico-scientifica.
Lévi-Strauss Claude, Il pensiero selvaggio, Milano, Il Saggiatore.

