GRAZIA, FEDE E LETIZIA: UN EDIFICIO NASCOSTO

di Bruno Venturi.

Ogni vita assomiglia a un cantiere di cui si vede solo la facciata. Da fuori si scorgono i gesti, le parole, certi lampi di gioia o certi irrigidimenti di paura; ma ciò che regge davvero l’edificio resta nascosto sotto il livello degli occhi. La tradizione cristiana chiama questa parte invisibile grazia e fede; ciò che si vede in alto, nella luce o nell’ombra, è ciò che chiamiamo, con parola antica e oggi quasi impronunciabile, letizia.

La grazia è come un luogo solido, di roccia, che non abbiamo scelto e che non abbiamo scavato noi. Non è una disposizione naturale del carattere, non è ottimismo temperato, non è neppure una vaga “energia spirituale” che permea il mondo. È un dono che viene da altrove, dall’Eterno che si piega sulla creatura e le offre un appoggio più stabile dei propri umori e dei propri calcoli. Questo luogo, ai nostri occhi, rimane per lo più sotterraneo: non luccica, non si impone. Ma quando c’è, rende possibile qualcosa che da soli non potremmo neppure progettare: una vita che non riposa solo su se stessa.

Su questa roccia, silenziosa e fedele, la persona getta le proprie fondamenta. È qui che entra in gioco la fede. Non come idea astratta su Dio, ma come gesto interiore con cui l’uomo accetta di ancorarsi a un Altro, di lasciare che la propria esistenza si appoggi su un fondamento che non controlla. Le fondamenta non si vedono, ma già contengono in germe una forma: ne orientano lo sviluppo, ne impediscono certi crolli, ne suggeriscono le altezze possibili. Così è la fede: non costruisce ancora le stanze, non decora le facciate, ma decide dove e su che cosa si potrà costruire.

Grazia e fede, così, stanno quasi sempre nel seminterrato dell’esperienza. Non occupano le cronache, non si affacciano continuamente alla coscienza. Eppure, se ci sono, cambiano la qualità dell’essere, lo aprono oltre il semplice orizzonte naturale. L’uomo resta creatura, finita, fragile, ma comincia a partecipare – per dono – di una vita che non è sua: come una casa che, pur modesta, è già collegata a una sorgente inesauribile di luce e di acqua.

Quello che gli altri vedono, e che spesso vediamo solo a metà perfino noi stessi, sono le strutture in elevazione: i gesti concreti, il modo di amare, di perdonare, di sopportare, di ricominciare. In questo insieme di linee, di scelte, di posture davanti alla gioia e al dolore, prende forma la letizia. Non la faccia sorridente di chi “se la cava sempre”, ma la qualità profonda con cui una vita sta di fronte a Dio, agli altri e a se stessa.

Quando questa letizia è autentica, non galleggia nel vuoto. Non è un carattere favorevole né una tecnica ben riuscita di igiene mentale. È il riflesso visibile di qualcosa che sta molto più in basso: la grazia che sostiene, la fede che si affida. A volte si manifesta come pace quieta, altre volte come una fiducia ostinata che non si spegne, altre ancora come un “sì” sussurrato nel mezzo di un dolore che non capisce. Può coesistere con le lacrime, con la stanchezza, con la notte interiore: proprio lì mostra di non essere semplice buonumore, ma consenso interiore alla volontà di Dio, anche quando ogni fibra umana sarebbe tentata di dire “no”.

Paradossalmente, questa letizia è spesso più leggibile dagli altri che da chi la vive. Chi abita l’edificio sente le crepe, gli angoli bui, i corridoi incompiuti. Chi guarda da fuori, talvolta, intravede una coerenza, una luce che trapela dalle finestre, una solidità che non si spiega solo con la buona volontà. È uno dei tratti più discreti della grazia: non glorifica il soggetto, non lo mette in scena, ma lascia che la sua opera si indovini a partire dai frutti.

Tra il luogo solido della grazia, le fondamenta della fede e le strutture che si alzano nel tempo non c’è un rapporto meccanico. Non è scritto da qualche parte che, dato un certo tipo di grazia, seguirà per forza un certo tipo di edificio. La grazia non è un destino cieco, la fede non è un automatismo: resta sempre la libertà, con le sue esitazioni, le sue resistenze, le sue riprese. Il progetto può rallentare, cambiare, talvolta essere quasi abbandonato. Eppure, finché sotto resta la roccia, la possibilità di costruire non è mai del tutto perduta. Ogni piccolo piano aggiunto, ogni muro rialzato dopo un crollo, ogni stanza aperta alla luce dice che la grazia non ha smesso di operare e che la fede, magari sfinita, non ha del tutto lasciato il cantiere.

In questo intreccio di grazia che sostiene, fede che si affida e letizia che affiora, si può intravedere ciò che la fede chiama salvezza. Non una fuga fuori dal mondo, non una perfezione psicologica, ma l’inizio di una vita nuova che resta pienamente umana e tuttavia non si esaurisce nell’umano. È la vita dell’uomo che, sorretto da un dono che lo precede, impara a dire “sì” a Dio dentro la storia concreta, con il suo bagaglio di ferite e di promesse. La letizia, quando è vera, è il sorriso – spesso invisibile agli occhi, ma reale davanti a Dio – di questo “sì”.

Sotto la polvere dei miei giorni

C’è una solida roccia

Qui ho posto la mia casa

Disponendo con fantasia

Le pietre del Signore

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