di Bruno Venturi.
L’Origine del Sacro: Il Mondo come “Tu”
Professore: Per capire da dove nasce il nostro “filo invisibile” dobbiamo prima comprendere il sentimento che pervade l’uomo antico: il Senso Sacro. Noi moderni vediamo il mondo come un “Esso“, un insieme di oggetti governati da leggi impersonali. L’uomo antico, invece, lo viveva come un “Tu“. Dietro ogni evento non percepiva una legge, ma una volontà, un’intenzione. Di fronte ai ritmi della natura, a un’eruzione vulcanica o a una siccità, la sua domanda non era «cosa?», ma «chi?». Questa percezione di una presenza viva e intenzionale nella natura è il cuore del Sacro. Essa ha due volti:
- Mysterium Tremendum: È il mistero che fa tremare. La potenza terrificante di una tempesta o di una malattia, che genera timore e la necessità di riti per placare questa forza.
- Mysterium Fascinans: È il mistero che affascina. La potenza che dona la vita, come il sole e la terra fertile, che genera meraviglia, gratitudine e stupore (thaumázein per i Greci).
Se il mondo è un “Tu,” devi entrarci in relazione. Il rito è la grammatica di questa relazione; il mito è la narrazione che spiega il mondo.
Il Dialogo
Studente: Capisco il rito come “grammatica.” Ma come si passa da un’azione che placa, a un pensiero che interroga?
Professore: La svolta avviene quando il Sacro diventa una voce da ascoltare. Il luogo emblematico di questa trasformazione è l’oracolo di Delfi. Le sue risposte enigmatiche non erano istruzioni, ma sfide intellettuali. Costringevano a un lavoro interiore di interpretazione, a soppesare possibilità e a prendersi la responsabilità della decisione. Questa ginnastica della mente è l’embrione della dialettica. È il momento in cui la ragione umana (logos) è chiamata a dialogare con il mistero (mythos).
Studente: Quindi la dialettica matura in Grecia e diventa un metodo con Socrate, Platone e Aristotele. Ma poi, come riemerge in Europa?
Professore: Non riemerge, perché non scompare. Mentre l’Europa attraversava i suoi secoli “bui”, il filo passava per la fucina del mondo orientale. Prima a Costantinopoli e poi a Baghdad, Cordova, Toledo, studiosi come Fozio, Averroè, Avicenna e Maimonide non si limitarono a tradurre i Greci, ma li superarono, sviluppando l’algebra, il metodo sperimentale e una teologia e filosofia ricchissima.
Studente: Capisco come questa eredità greco-araba ed ebraica sia arrivata in Europa. Ma come è stata “processata”? Come si è passati da un insieme di traduzioni a un metodo di pensiero strutturato, ancora prima di Galileo?
Professore: Eccellente osservazione. Il passaggio avviene in un luogo nuovo e rivoluzionario: l’Università. A partire dal XII e XIII secolo, centri come Bologna e soprattutto Parigi non sono solo luoghi di studio, ma vere e proprie «palestre della ragione». Qui la dialettica diventa un metodo istituzionalizzato: la quaestio disputata. Si poneva una tesi, si elencavano sistematicamente tutte le obiezioni possibili, si rispondeva con un’autorità e infine il maestro esponeva la sua soluzione, confutando ogni obiezione.
Studente: Ma non è questo il «dogmatismo» della Scolastica, spesso visto come un limite?
Professore: Visto superficialmente, sì. Ma in realtà fu un passo fondamentale e necessario. Per costruire un edificio, hai bisogno di fondamenta solide, di postulati non negoziabili. La Scolastica, difendendo i suoi «dogmi» (come l’esistenza di un Dio creatore e di un universo ordinato e intelligibile) con il massimo rigore logico, fece due cose:
Creò questi postulati di base, senza i quali la scienza non avrebbe un terreno su cui poggiare. L’idea che il mondo sia un Cosmo e non un Caos, e che la nostra ragione possa comprenderlo, è un’eredità fondamentale di questa fase. Il «Dio unico», nel corso dei secoli, ha modellato una cultura polimorfa, e l’ha unificata portando la visione del mondo all’unità dell’origine. Non più divinità molteplici e capricciose, ma un unico principio creatore ha fornito la premessa metafisica per credere in un universo governato da leggi universali e coerenti. Questa coerenza, postulata dalla razionalità divina, ha reso intrinsecamente plausibile e persino necessario ricercare questo «nesso comune» non solo nel rapporto con il divino, ma anche nelle leggi che regolano la materia. Inoltre, la Scolastica, non solo ha fornito queste solide fondamenta, ma ha anche contribuito alla costruzione della «cassetta degli attrezzi» logica che i pensatori successivi avrebbero usato.
In breve, la Scolastica non fu la prigione della ragione, ma il suo campo di addestramento più severo. Ha costruito le fondamenta e affilato gli strumenti che la Rivoluzione Scientifica avrebbe poi applicato allo studio del mondo fisico.
Studente: Professore, abbiamo fatto un lungo viaggio dal timore e dal fascino dell’uomo antico di fronte a un mondo pieno di “Tu,” fino alla logica rigorosa e alla matematica. Ma in questo percorso, non abbiamo perso quel senso di meraviglia originario? Non abbiamo sostituito il mistero con delle formule, perdendo il filo del discorso iniziale?
Professore: Apparentemente sì. Sembra che abbiamo scambiato un cosmo vivo con un freddo meccanismo. Ma è una visione superficiale. Il “filo invisibile” non si è spezzato, si è solo rivelato per quello che è. Guarda bene: l’uomo antico percepiva un «nesso» comune e, non avendo altri strumenti, lo personalizzava. Lo chiamava Poseidone quando il mare si infuriava, o Demetra quando la terra fioriva. Dava un volto e un’intenzione a ogni manifestazione di quella forza che sentiva ma non comprendeva. Poi arrivò il «Dio unico» che evidenziò ancora meglio questo nesso comune.
Lo scienziato moderno guarda lo stesso mare e vede l’energia cinetica delle onde, descritta da precise equazioni. Guarda la stessa terra e vede l’energia chimica nei cicli del carbonio e dell’azoto e questo nome è il nostro modo, più preciso e potente, di nominare quel «nesso» universale che lega ogni cosa. È il nostro nome moderno per il «filo invisibile».
Studente: Quindi la meraviglia non è scomparsa?
Professore: Al contrario, si è ingigantita. La scienza non ha ucciso il mistero, lo ha spostato da dietro il fenomeno a dentro il fenomeno. L’equazione E=mc2 non è meno meravigliosa di un mito; è la scoperta che la materia stessa è una forma di energia «congelata», un’intuizione che supera la fantasia più sfrenata. La scienza ci ha mostrato che la forza che l’uomo antico percepiva in un fulmine è la stessa che lega le galassie e che si nasconde nel cuore di un atomo. Ci ha mostrato l’onnipresenza e potenza di questa forza in antichità nascosta in una metafora per descrivere l’unica, vera trama che regola il cosmo: l’energia e le sue trasformazioni.
Il fascino del primitivo di fronte al sacro e la meraviglia dello scienziato di fronte all’universo non sono due cose diverse. Sono la stessa emozione. Sono lo stesso stupore di fronte allo stesso, identico “filo invisibile,” visto prima con gli occhi dell’anima e ora con quelli della ragione. Il nostro compito non è scegliere tra il mito e la formula, ma capire che sono due capitoli della stessa, unica, grande storia: la scoperta del nesso che ci lega al tutto.

