Gesù, Paolo e la Dialettica Origini-Istituzione del Cristianesimo.
di Bruno Venturi.
Quando si rivolge lo sguardo alle origini di quel fenomeno complesso che chiamiamo Cristianesimo, emerge una narrazione che è al contempo fondativa e intessuta di contraddizioni apparenti. Al centro di questa genesi vi è la figura di Gesù di Nazareth, spesso idealizzata come fondatore pacifico e predicatore. Eppure, una prospettiva più “scomoda”, più “storica”, ci invita a considerare un ruolo radicalmente diverso: quello di primo grande “eretico” della storia occidentale.
È vero, il concetto moderno di “eresia” non esisteva nella forma attuale nel Giudaismo del I secolo. Non vi era una Chiesa centralizzata né dogmi fissati in modo rigido. Nondimeno, la predicazione di Gesù fu profondamente dirompente. Non si limitò a parlare di Dio in un modo nuovo, ma ridefinì il rapporto fondamentale tra l’individuo e la Legge, tra il sacro e la quotidianità. La sua parola possedeva un’autorità intrinseca, quasi fosse la fonte stessa della rivelazione. Questo approccio non poteva che risultare inaccettabile per coloro che avevano il compito di salvaguardare la tradizione stabilita.
Le parole di Gesù – sul sabato, sul Tempio, sulla Legge, sulla misericordia, sulla verità – non erano semplicemente nuove; erano profondamente destabilizzanti. Egli sembrava rifiutare la religione basata sulla distinzione tra puro e impuro, ponendo l’interiorità al centro dell’esperienza religiosa e ridimensionando l’istituzione consolidata. In tale prospettiva, la sua figura può essere vista come una minaccia teologica celata sotto le vesti di un predicatore popolare. Ciò che lo accomuna agli “eretici” successivi non è un presunto “errore”, ma l’audacia di proporre una visione alternativa. E fu precisamente per questo che venne soppresso.
Il processo che condusse Gesù alla crocifissione presenta tratti che richiamano da vicino i meccanismi che sarebbero divenuti caratteristici dell’Inquisizione secoli dopo. L’accusa era di natura religiosa – quella di bestemmia per aver affermato di essere il Figlio di Dio. L’interrogatorio si focalizzava su affermazioni dottrinali. Il verdetto di colpevolezza non si basava su reati concreti, ma su “parole sbagliate”. Infine, la condanna fu eseguita dal potere civile (i Romani), sebbene la decisione reale provenisse da un tribunale religioso. Questa doppia natura del processo – religiosa nella sostanza, politica nella forma – è precisamente ciò che si osserverà nei processi per eresia successivi, dove si giudicava l’anima ma si metteva a morte il corpo. Figure storiche come Bruno, Giovanna d’Arco, Serveto condividono questo destino: condannati da tribunali religiosi, accusati di minare l’ordine spirituale e sociale, non per le loro azioni, ma per le loro parole. Rileggere la Passione in questa chiave, come un processo inquisitoriale ante litteram, non sminuisce la figura di Gesù; al contrario, le restituisce la sua forza rivoluzionaria, evidenziando che fu condannato per aver parlato in modo troppo chiaro e troppo presto. Egli fu, forse, il primo a pagare con la vita la propria libertà spirituale, il primo ad essere crocifisso per quella che potremmo chiamare “eresia” prima ancora che il concetto fosse pienamente definito.
Se Gesù rappresentò uno scandalo vivente agli occhi del potere religioso del suo tempo, la figura di Paolo di Tarso incarna la reazione più sorprendente a quello scandalo. Non una condanna o un ritorno all’ordine, ma una radicale ricostruzione e l’edificazione di una nuova logica spirituale a partire dalla frattura originaria. Paolo, fariseo formato nella rigorosa osservanza della Legge mosaica, era inizialmente un difensore dell’ordine e un persecutore dei seguaci di Gesù. Per lui, la salvezza era legata al rispetto della norma, alla fedeltà al rito, alla purezza della pratica. La figura di Gesù, che sembrava porsi al di sopra della Legge, reinterpretarla e persino rovesciarne il senso (“il sabato è per l’uomo, non l’uomo per il sabato”), costituiva una minaccia diretta a questa visione.
L’esperienza trasformativa sulla via di Damasco viene descritta non solo come una visione mistica, ma crucialmente, come una “caduta teologica”. Paolo non si convertì a un “Cristianesimo” che ancora non esisteva, ma acquisì la consapevolezza che tutto ciò che sapeva di Dio era stato superato, non distrutto, ma compiuto e reso trasparente da qualcosa di più grande. Così, il più ortodosso tra i difensori della Legge divenne il primo a proclamare che la Legge, da sola, non salva. Il persecutore divenne il primo teologo della “nuova via”. Questa trasformazione non significò un ripudio del suo passato, ma una sua trasformazione alla luce di un’esperienza che aveva disintegrato i suoi riferimenti.
Per Paolo, Gesù non era semplicemente un maestro o un martire, ma una nuova creazione. Attraverso di lui, l’uomo stesso poteva rinascere. La giustizia cessava di essere il risultato dell’osservanza per diventare un dono di grazia. La salvezza non si conquistava, ma si riceveva. La Legge, che aveva plasmato la sua mente, assumeva un nuovo ruolo: non più strumento di salvezza, ma “pedagogia” utile fino all’avvento di Cristo, servita a rivelare il peccato, ma impotente a liberarne. Il genio di Paolo risiede proprio qui: nel non abolire la Legge, ma nel riconsegnarla a una nuova funzione nel disegno divino. Quell’uomo crocifisso come eretico divenne, nelle sue lettere, il punto di rottura e di ricostruzione dell’intera storia religiosa.
Si può affermare che Gesù mise in crisi la cultura religiosa di Paolo, e Paolo trasformò quella crisi in una nuova cultura della fede. Laddove prima dominava il comandamento, ora prevale la libertà. Le distinzioni tra puro e impuro cedono il posto all’unità in Cristo. I confini etnici e religiosi (“né Giudeo né Greco”) vengono superati. In questo senso, Paolo è figlio di Gesù, ma anche il primo a “riscriverlo”, interpretando l’eresia originale come una nuova ortodossia. È per questo che il Cristianesimo, da secoli, è inevitabilmente anche “paolino”.
La nascita del Cristianesimo completo segue una traiettoria che parte dalla frattura e giunge all’istituzione. Dopo la morte di Gesù, i suoi seguaci non si percepivano inizialmente come fondatori di una nuova religione, ma come parte di Israele, continuatori di una promessa. Il movimento era una “via” interna al Giudaismo, non separata. Si osservavano le tradizioni ebraiche, in attesa del ritorno del Messia. Tuttavia, una “crepa” si era aperta, destinata a diventare una frattura. Il punto di rottura divenne evidente quando il messaggio di Gesù si diffuse oltre i confini della Palestina, nel mondo greco-romano. Le categorie cambiarono, i problemi si spostarono dalla Legge a questioni esistenziali e filosofiche come la verità, la salvezza, l’immortalità. Gesù fu reinterpretato e inculturato, e qui il ruolo di Paolo fu cruciale nel costruire un ponte tra l’esperienza ebraica e la riflessione filosofica, trasformando il Messia d’Israele nel Cristo universale.
Ma l’universalismo, per prosperare e durare, necessita di una struttura. I gruppi si organizzarono, le comunità si moltiplicarono, le comunicazioni circolarono. Apparvero figure di autorità (vescovi, presbiteri), regole interne. La “via” cominciò ad assomigliare sempre più a una Chiesa. Si definirono gerarchie e criteri di appartenenza, distinguendo gli “eretici”. L’esperienza spirituale e mistica si tradusse in dottrina, l’incontro personale divenne catechismo. Questo processo, benché umanamente comprensibile – le idee hanno bisogno di “corpi” per vivere, la fede necessita di memoria, e la memoria di ordine – porta con sé un rischio intrinseco: il fuoco originario della frattura può spegnersi sotto le ceneri della forma. La parola che liberava può trasformarsi in parola che giudica, e il Dio che abbracciava i peccatori può diventare un’istituzione che li separa.
Eppure, la forza perdurante del Cristianesimo risiede proprio in questa dialettica: essere nato da una frattura e portare in sé, incessantemente, la memoria di quella frattura. Ogni volta che l’istituzione ecclesiastica rischia di dimenticare il suo fondamento profetico, la voce destabilizzante di Gesù emerge nuovamente. Ogni volta che la Legge minaccia di prevalere sulla grazia, la parola della Croce riemerge a turbare l’ordine stabilito. La storia cristiana si configura come un equilibrio instabile tra spirito e lettera, profezia e dogma, libertà e struttura. Forse, non esiste una vera fede cristiana senza questa tensione intrinseca. Perché il Cristianesimo, nella sua essenza più profonda, non nasce per imporre un ordine, ma per annunciare una rottura radicale: la possibilità, per l’essere umano, di non essere più schiavo di nulla – né della colpa, né della Legge, né della paura.
In conclusione, la trilogia genetica si compie: Gesù ha scandalizzato, ponendo le premesse di una frattura radicale con l’ordine religioso costituito; Paolo ha interpretato quello scandalo, trasformandolo nel fondamento di una nuova teologia universale; la Chiesa ha istituzionalizzato il messaggio, conferendogli struttura e forma. Ma sotto ogni costruzione dottrinale e istituzionale, permane il seme di quel grido originario, libero e destabilizzante, che ha alterato per sempre il volto del sacro.

