di Bruno Venturi.

In sintesi: Se il diritto non protegge l’indisponibile (ciò che non può essere toccato), diventa inevitabilmente uno strumento negoziale. In una negoziazione, vince chi ha più “leve” (sociali, economiche, biologiche). Pertanto, la scelta di sopprimere la vita nascente viene identificata come l’esercizio di un potere di una parte sull’altra, mascherata da linguaggio giuridico.La vita: non intesa come valore poetico, ma come condizione dell’esistenza. – L’asimmetria del potere: Se il diritto non è ancorato a un “indisponibile”, esso collassa inevitabilmente nel diritto del più forte. La vita innocente perciò è assolutamente indisponibile e non esiste conflitto reale tra beni fondamentali, ma molto spesso maschera di potere. – La maschera del diritto: La società spesso usa il linguaggio dei “diritti” per coprire quella che, di fatto, è una decisione basata sulla forza (intesa come capacità d’azione, parola e riconoscimento).

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Se vogliamo ricondurre tutto a un filo unico, senza dispersioni e senza rifugiarsi nelle eccezioni, il punto di partenza è semplice: il diritto primario è la vita. Non in senso poetico, ma in senso logico: senza vita non esiste soggetto; senza soggetto non esiste alcun diritto. Tutto ciò che chiamiamo libertà, dignità, autodeterminazione, progetto, desiderio, realizzazione di sé, è una fioritura che presuppone quell’unico tronco: l’essere vivi.

Ora, la vita non è un concetto astratto; è una forza. È il bisogno incessante di energia: respirare, nutrirsi, scaldarsi, ripararsi, mantenere un corpo in equilibrio contro la dissoluzione. In questo senso, prima ancora della morale e prima ancora della politica, la vita si muove dentro un’economia elementare: la sopravvivenza. E la sopravvivenza, nel mondo reale, non è mai distribuita in modo uniforme: dipende da capacità, risorse, contesto, protezione, alleanze. La “forza” non è solo muscolo; è un insieme di poteri: fisici, economici, relazionali, istituzionali, simbolici. Ciò che conta è che, in un rapporto asimmetrico, chi ha la forza di decidere, decide.

Da qui emerge una constatazione antropologica, che la cultura spesso tenta di velare: se il diritto alla vita non è difeso da un ordine superiore al puro rapporto di forze, allora si riduce a un principio condizionale, valido solo finché conviene o finché lo si può imporre. In altre parole, quando il diritto non è più ancorato a qualcosa di indisponibile, esso tende a scivolare verso la sua caricatura: il diritto del più forte. Non come dottrina dichiarata, ma come esito implicito: ciò che viene chiamato “diritto” diventa la copertura concettuale di una decisione che, alla fine, appartiene a chi possiede leva, parola, riconoscimento sociale e potere di scelta.

Questo schema si vede con particolare nitidezza nel caso dell’aborto, perché qui l’asimmetria è assoluta. Da una parte c’è un essere umano all’inizio della sua esistenza: non ha voce, non ha rappresentanza, non ha strumenti, non ha potere. Dall’altra c’è un soggetto inserito nella rete sociale e giuridica, capace di decidere, sostenuto in misura variabile, da leggi, strutture sanitarie, narrazioni culturali. Il punto non è la psicologia individuale, né l’eccezione drammatica, né la colpa personale: il punto è la struttura. E proprio per questo il ‘più forte’ non coincide sempre con una persona: spesso coincide con il paradigma, con il contesto, con l’insieme di pressioni che rende ‘razionale’ ciò che, in altri assetti di vita, apparirebbe impensabile. E la struttura dice che, nel momento in cui una società ammette che una vita umana nascente sia sopprimibile in funzione di condizioni esterne – economiche, relazionali, progettuali – allora sta dicendo, senza proclamarlo: la vita non è davvero il diritto primario; lo diventa solo dopo una certa soglia di riconoscimento. Prima di quella soglia, la vita è una variabile negoziabile.

Non si sostiene che l’aborto spiega da solo lo spopolamento, ma si sostiene qualcosa di più profondo e inquietante: nelle motivazioni che conducono all’aborto si riflette la matrice mentale che conduce alle mancate nascite. L’aborto è, per così dire, l’emersione visibile di un criterio che opera già prima, a monte: la selezione preventiva di ciò che è “compatibile” con l’idea di vita buona che emerge dalla cultura promossa dalla società. Non è un’equivalenza statistica, ma un indizio culturale: quando un certo insieme di ragioni diventa socialmente comprensibile ‘a valle’ (a gravidanza avvenuta), vuol dire che lo stesso insieme di ragioni agisce già ‘a monte’, come filtro preventivo del concepimento. L’aborto rende visibile un criterio; la rinuncia preventiva ne è spesso l’applicazione silenziosa.

E qui entra in gioco il tratto tipicamente occidentale contemporaneo: una società ricca, iper-organizzata, che ha trasformato l’esistenza in un progetto continuo di ottimizzazione. Il figlio, in questo ambiente, non è più percepito come evento naturale che si integra nella vita e la trasfigura; è percepito come vincolo, come costo, come rischio reputazionale, come interruzione della traiettoria. Non tanto perché la vita sia più dura di cento anni fa – anzi, è spesso meno dura in senso materiale – ma perché il mondo moderno richiede una forma di nuove esigenze di certezza: di stabilità, di prestazione, di standard, di qualità del tempo, di controllo sul futuro. È un’incertezza diversa: non l’incertezza della fame o della guerra, ma l’incertezza di un percorso che pretende coerenza, successo, continuità e protezione dall’imprevisto; in pratica un percorso deterministico che, per preservare la piena governabilità della traiettoria adulta, finisce per negare a monte la possibilità stessa che quel nascituro divenga un soggetto capace un giorno di autodeterminarsi. 

Da questa trasformazione deriva un esito demografico: la scelta di ridurre i figli, rinviarli, talvolta eliminarli quando la realtà sfugge al controllo. Non solo perché alcune donne vogliano affermare se stesse in senso ideologico, ma perché l’intero sistema di aspettative spinge a considerare la maternità come una prova da affrontare solo quando tutte le condizioni sono garantite. E quando le condizioni non lo sono, la soluzione più “razionale” dentro quel paradigma è evitare la nascita. La logica è coerente, ma la coerenza stessa rivela il suo prezzo: l’idea di libertà diventa libertà dal limite, libertà dal vincolo naturale, libertà dall’irruzione dell’altro. Riassumo in quattro punti:

Primo: se il diritto alla vita è davvero primario, nessun altro diritto può fondarsi sulla facoltà di sopprimere una vita innocente; altrimenti il diritto cessa di essere tutela del vulnerabile e si riduce a razionalizzazione del potere. Questo non significa negare l’esistenza di situazioni tragiche o conflitti reali tra beni: significa negare che la soppressione di una vita innocente possa diventare lo strumento ordinario con cui una società risolve i propri problemi di progetto, di tempo e di convenienza.

Secondo: l’aborto rende visibile l’assetto reale dei valori di una società: non tanto ciò che proclama, ma ciò che tollera. Se tollera la disponibilità della vita nascente in funzione di criteri progettuali, economici o di “timing”, allora sta affermando che il valore della vita dipende dal riconoscimento, dalla desiderabilità, dalla compatibilità con l’agenda.

Terzo: la denatalità occidentale non è un semplice accidente economico; è l’esito di un paradigma antropologico: il figlio come vincolo e come rischio, non come bene primario. Le motivazioni che portano all’aborto sono una finestra su questo paradigma: mostrano quali condizioni una cultura pretende come prerequisito della vita.

Quarto: nel lungo termine, una società che adotta questo paradigma paga un prezzo collettivo: invecchiamento, squilibrio tra generazioni, spopolamento, perdita di continuità storica. È come se il corpo sociale, per difendere una certa idea di libertà individuale e di “vita ben riuscita”, finisse per consumare la propria stessa possibilità di futuro.

Quando la vita non è riconosciuta come indisponibile fin dall’inizio, la libertà tende a diventare un privilegio di chi ha potere decisionale; e una cultura che costruisce la propria normalità su questa disponibilità, sotto forme più o meno edulcorate, finisce per incarnare, senza dirlo, il diritto del più forte, non solo nel singolo atto, ma nella struttura di lungo periodo che ridisegna la demografia e quindi il destino storico dell’Occidente.

Conclusione: L’Ancoraggio della Storia e il Verdetto del Tempo

In ultima analisi, la pretesa contemporanea di subordinare il diritto alla vita all’autodeterminazione individuale non rappresenta un’evoluzione del pensiero, ma una rottura traumatica con un realismo antropologico che ha sostenuto l’umanità per millenni. Fino al recente passato, il riconoscimento della vita come bene indisponibile non è stato oggetto di una negoziazione politica, ma la pre-condizione stessa della politica; non era un’opinione tra le altre, ma l’unico fondamento possibile per una convivenza che non volesse scivolare nell’arbitrio. L’umanità intera ha costruito le proprie cattedrali giuridiche e sociali su questo unico presupposto: che la vita non si “concede”, ma si riconosce come un dato primario, un tronco che deve rimanere intatto affinché i rami della libertà possano esistere.

I casi che seguono non sono identità storiche né equivalenze meccaniche: sono parabole di struttura. Mostrano un ricorrere di forme: quando la vita viene subordinata a una funzione, a un progetto o a un criterio di utilità, la civiltà perde, lentamente ma con regolarità, la capacità di rigenerarsi. La storia è un monito spietato verso quelle società che hanno tentato di invertire questa gerarchia, ancorando l’esistenza a motivazioni temporali, funzionali o ideologiche. L’antico Egitto, pur nella sua millenaria stabilità, incontrò il declino quando la vitalità del presente venne progressivamente sacrificata alla conservazione di un ordine monumentale e statico: quando il “progetto” della tomba e della continuità formale del potere divenne più importante del dinamismo della vita vivente, la civiltà si ossificò, perdendo la capacità di rigenerarsi davanti alle sfide del nuovo.

Similmente, le grandi civiltà latino-americane precolombiane, come quella Azteca, forniscono un esempio tragico di cosa accade quando la vita viene ridotta a variabile negoziabile per la stabilità del sistema. Ancorando il valore dell’esistenza a una necessità “cosmica” o politica – il sacrificio come carburante per il mantenimento dell’ordine – queste società crearono una cultura dove il diritto alla vita era condizionato da una funzione superiore. Questo nichilismo spirituale, che trattava la vita come una moneta di scambio per la sicurezza collettiva, le rese fragili e internamente svuotate, incapaci di resistere all’urto della storia perché avevano già smarrito il senso dell’inviolabilità dell’individuo.

Questi esempi si affiancano alla lezione di Sparta, che distrusse se stessa cercando l’ottimizzazione eugenetica e militare, e della tarda Romanità, che barattò la prole con il benessere immediato e il diritto al piacere senza vincoli. In ogni epoca, il risultato è stato il medesimo: una società che smette di proteggere la vita in quanto tale, e inizia a proteggerla solo se “utile”, “conforme” o “desiderata”, è una società che ha già iscritto nel proprio futuro una tendenza all’estinzione.

Il verdetto è dunque logico prima ancora che morale. Se l’autodeterminazione non si inchina davanti all’esistenza, essa finisce per coincidere con il vuoto. Quando il “diritto” cessa di essere la tutela del vulnerabile per diventare la razionalizzazione del potere decisionale di chi è già inserito nel sistema, la civiltà rinnega se stessa. Affermare oggi il primato assoluto della vita non è un esercizio di nostalgia, ma l’unico atto di resistenza razionale contro un paradigma che, nel tentativo di eliminare ogni limite naturale, sta consumando la propria possibilità di futuro. Solo recuperando la gerarchia millenaria che pone l’essere prima del volere, l’Occidente potrà sperare di non diventare l’ennesimo reperto archeologico di una cultura che ha creduto di poter fare a meno delle proprie radici biologiche e spirituali.

Bruno 12 feb 2026

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