di Bruno Venturi.
Nel vasto e luminoso empireo metafisico, le grandi domande dell’essere non sono sussurri, ma verità palpitanti. Una di queste è la radice stessa dell’atteggiamento religioso, una questione che si svela non come un semplice precetto, ma come un sentimento atavico, intriso nel tessuto stesso della coscienza.
Questo sentimento non è altro che il risultato, e al contempo la controparte, dello sviluppo dell’individualità. Nel momento in cui l’essere umano, quella che potremmo chiamare la “goccia” nel vasto “mare” dell’essere, ha iniziato a percepire sé stesso come un “io” distinto e separato, si è verificata una rottura profonda. Questo atto di auto-definizione, sebbene fondamentale per la sopravvivenza e lo sviluppo, ha generato in seno alla coscienza la consapevolezza della propria finitezza. La goccia, ora conscia della sua forma delimitata, ha perso la percezione immediata della sua unità col tutto, che è stato fino a quel momento un luogo sicuro.
Questo stesso moto di auto-definizione ha spinto l’individuo a uno straniamento da quel tutto che lo avvolgeva e di cui era una cosa sola. Il “mare” da cui la goccia crede di essersi distaccata non è più la sua essenza vissuta, ma si trasforma in un “misterioso altro da sé”. E proprio in questo mistero, provocato dalla sua stessa individualizzazione, l’individuo si trova avvolto. Questo avvolgimento, questa immersione in qualcosa di vasto e incompreso, genera un’angoscia ineludibile, un timore e tremore primordiale.
Il Linguaggio: Un Ponte e un Limite
Di fronte a questa paura e alla consapevolezza dei suoi limiti intrinseci (la sua natura effimera di “goccia” circoscritta in uno spazio-tempo) ed estrinseci, l’individuo comprende la sua vulnerabilità. Non può affrontare l’ignoto da solo. Così, emerge la necessità vitale di comunicare. Non è più sufficiente l’esperienza privata; occorre cercare altri individui, creare aggregazioni non casuali e dare un senso a questi sodalizi.
Il linguaggio emerge come lo strumento per eccellenza di questa unione. I suoni emessi dalle emozioni che nascono con la coscienza individuale – paura, desiderio, gioia – vengono codificati, assumendo un significato condiviso. Ma la grande rivoluzione accade quando questi suoni abbinati a un significato condiviso vengono associati a delle regole per creare un discorso complesso. Questo permette non solo di esprimere le esigenze individuali, ma anche di costruire un senso comune di protezione e appartenenza.
Ma c’è una profonda ironia in questo processo. Per essere efficace, il linguaggio deve essere costruito su regole che inevitabilmente limitano la capacità di esprimere il sentimento. Questo codice, mentre facilita la comunicazione e la coesione, rafforza ulteriormente il suo distacco dal tutto. La goccia, nel prestarsi sempre più attenzione, aumenta la forza della propria individualità, allontanandosi dalla fluidità e dall’unità senza regole del “mare”.
L’Eternità e la Morte: La Tragedia dell’Illusione
Questa percezione di separazione dall'”altro da sé” è, tuttavia, un’illusione. Una percezione effimera che si riflette sulla stessa breve durata dell’essere che si è venuto a formare. Questa consapevolezza si trasforma in angoscia esistenziale, un timore che scaturisce dalla sua stessa finitudine.
Per l’individuo, immerso in questa percezione limitata, l’eternità diventa un concetto sfuggente, un mistero che genera angoscia, ma al contempo un ardente desiderio. È il desiderio di superare la propria effimera esistenza, di partecipare a qualcosa di infinito.
Il culmine di questa tragica illusione è il concetto di morte. La goccia, dimentica di essere un’illusione temporanea e di essere intrinsecamente mare, teme il suo ritorno al mare, considerandolo una fine e non un ricongiungimento. La vera tragedia non è la morte in sé, ma la credenza di essere “proprietari di sé” e l’illusorio possesso di una “goccia” che non è mai stata realmente separata. Le dotazioni che l’individuo si attribuisce per sentirsi unico sono limitate e finalizzate a sé stesse, rendendolo incompatibile con le altre gocce e creando la percezione di un “mare impazzito”. Ma il mare, nella sua unità inalterabile, è indifferente, poiché le gocce non sono mai state effettivamente gocce.
L’uomo, nel suo processo di auto-definizione e nel costruire il proprio mondo di significati, ha provocato il mistero e l’angoscia della propria finitezza. In questo contesto, il tentativo atavico di ricucire lo strappo, di trovare un senso e un conforto di fronte all’illusione della separazione è sempre stato compromesso da questa finitezza. Ma la verità ultima è che siamo già il mare, e la “morte” è solo un ritorno a una condizione mai veramente abbandonata.

